Radioterapia e danni ai polmoni: scoperto un nuovo meccanismo

Uno studio del City of Hope identifica una via immunitaria coinvolta nell’infiammazione e nella fibrosi polmonare dopo le radiazioni. Bloccarla ha ridotto il danno nei topi: una possibile strategia da verificare nell’uomo

Proteggere i polmoni sani durante la cura dei tumori è una delle sfide della radioterapia. Una ricerca del City of Hope, centro statunitense specializzato nella ricerca e nella cura del cancro, ha individuato un meccanismo immunitario che contribuisce al danno polmonare indotto dalle radiazioni, aprendo una possibile strada per limitarne le conseguenze.

Al centro della scoperta c’è l’interferone-beta, una proteina di segnalazione che può spingere alcune cellule immunitarie del polmone ad assumere caratteristiche infiammatorie. Negli esperimenti sui topi, bloccare la via di comunicazione coinvolta ha ridotto le lesioni e la fibrosi dei tessuti.

Lo studio, pubblicato il 20 ottobre 2026 su Nature Communications, è stato coordinato da Heather McGee, radio-oncologa e ricercatrice nei dipartimenti di Radio-oncologia e Immuno-oncologia del City of Hope. Jaeho Kim, ricercatore post-dottorato nel suo laboratorio, è il primo autore del lavoro.

Perché la radioterapia può danneggiare il tessuto polmonare sano

Le radiazioni impiegate contro il tumore possono coinvolgere anche il tessuto polmonare sano, attivando processi infiammatori e di cicatrizzazione. La fibrosi polmonare rappresenta una delle conseguenze più problematiche di questo danno e può compromettere la funzione respiratoria.

Comprendere i meccanismi che alimentano queste alterazioni è quindi essenziale per sviluppare trattamenti capaci di proteggere i tessuti durante le cure oncologiche. La ricerca del City of Hope si concentra su un elemento meno esplorato di questa risposta: il comportamento delle cellule linfoidi innate, indicate con la sigla ILC.

Interferone-beta: il segnale che cambia il comportamento delle cellule

Nel modello sperimentale, le radiazioni hanno favorito il passaggio da cellule con caratteristiche di tipo ILC2 a cellule con caratteristiche di tipo ILC1, associate a una risposta maggiormente infiammatoria.

Le ILC2 possono contribuire alla protezione e alla riparazione del tessuto polmonare. Nelle condizioni analizzate dai ricercatori, tuttavia, l’aumento dei segnali dell’interferone-beta ne ha modificato il comportamento, orientandole verso un profilo capace di alimentare l’infiammazione.

Il fenomeno viene descritto come plasticità cellulare: le cellule immunitarie possono cambiare caratteristiche e funzioni in risposta all’ambiente che le circonda. La scoperta riguarda dunque il modo in cui le radiazioni possono riprogrammare una parte della risposta immunitaria nei tessuti sani.

McGee sottolinea che, accanto ai più studiati linfociti T, anche queste popolazioni cellulari relativamente rare meritano attenzione per comprendere gli effetti della radioterapia.

Il blocco della via immunitaria ha ridotto infiammazione e fibrosi

Il gruppo ha utilizzato un modello murino di irradiazione localizzata del polmone e analisi su cellule umane in laboratorio.

Negli esperimenti sui topi, il blocco del recettore IFNAR1, coinvolto nella trasmissione dei segnali degli interferoni di tipo I, ha limitato il cambiamento delle cellule immunitarie e ridotto l’infiammazione e la fibrosi dopo l’esposizione alle radiazioni.

Nelle cellule umane studiate in laboratorio, la stimolazione con interferone-beta ha prodotto cambiamenti coerenti con il meccanismo osservato nel modello animale. La verifica dell’effetto protettivo nei pazienti richiederà studi clinici dedicati: le osservazioni disponibili costituiscono una base biologica per proseguire le ricerche.

Le prospettive per i pazienti oncologici e per chi ha la BPCO

Se confermata nell’uomo, una strategia capace di intervenire su questa via potrebbe contribuire a prevenire danni respiratori persistenti e ampliare le possibilità di trattamento per persone con malattie polmonari preesistenti, come la broncopneumopatia cronica ostruttiva, o BPCO.

La prospettiva indicata dagli autori è rendere la radioterapia più tollerabile e, quando necessario, consentire trattamenti più intensivi. Si tratta però di obiettivi futuri, che richiedono verifiche cliniche di sicurezza ed efficacia.

Il contributo dello studio è aver individuato un possibile bersaglio su cui intervenire per ridurre la tossicità polmonare delle radiazioni. Trasformare questa scoperta in una terapia utilizzabile nei pazienti sarà il passaggio decisivo.


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