Messaggi agli alieni: perché la scienza prova a farsi ascoltare

Dall’esperimento di Arecibo alle trasmissioni verso un pianeta distante 12 anni luce: come funziona il METI, quali limiti incontra e perché divide i ricercatori

Per cercare altre civiltà nell’universo, un’antenna può diventare anche una voce. È l’idea alla base del METI, l’invio intenzionale di messaggi verso possibili intelligenze extraterrestri: rendere riconoscibile la nostra presenza e offrire a un eventuale interlocutore qualcosa a cui rispondere.

Questo filone affianca la ricerca di segnali provenienti dallo spazio. L’ascolto continua e le trasmissioni deliberate hanno una storia lunga decenni. Il SETI Institute, per esempio, precisa di condurre esperimenti di ricezione, mentre altre iniziative hanno scelto di trasmettere. La ricerca di un contatto comprende dunque strategie diverse, con obiettivi e implicazioni differenti.

SETI e METI: la differenza tra cercare e inviare segnali

La sigla SETI, Search for Extraterrestrial Intelligence, indica la ricerca di intelligenze extraterrestri. Fra le tracce considerate figurano le tecnofirme, possibili indizi di una tecnologia: segnali radio particolari, impulsi laser o altre manifestazioni difficili da spiegare soltanto con processi naturali.

METI significa invece Messaging Extraterrestrial Intelligence e riguarda la trasmissione intenzionale di messaggi. La sua logica può essere illustrata con un’ipotesi: se due civiltà tecnologiche si limitassero entrambe ad ascoltare, senza produrre emissioni rilevabili dall’altra, potrebbero non incontrarsi mai. Trasmettere prova a intervenire su questa possibilità, pur senza sapere se qualcuno sia in attesa di ricevere.

Il messaggio di Arecibo: il precedente del 1974

Il 16 novembre 1974, dal radiotelescopio di Arecibo, a Porto Rico, partì un messaggio diretto verso l’ammasso stellare M13. L’esperimento, legato al lavoro dell’astronomo Frank Drake, mostrava che era possibile condensare informazioni sulla Terra in una sequenza radio.

Il contenuto comprendeva 1.679 bit, organizzabili in una griglia di 73 righe e 23 colonne. Vi erano rappresentati elementi della vita terrestre, il DNA, una figura umana, il Sistema solare e il radiotelescopio. La trasmissione durò meno di tre minuti.

La distanza di M13, pari a decine di migliaia di anni luce, rende evidente la dimensione temporale dell’esperimento: una risposta richiederebbe decine di migliaia di anni. Arecibo resta anche un banco di prova per una domanda ancora aperta: quali informazioni potrebbero essere riconosciute da esseri privi dei nostri riferimenti culturali?

Sónar Calling: una trasmissione verso GJ 273 b

Un esempio successivo è Sónar Calling GJ273b, realizzato con il coinvolgimento dell’Institut d’Estudis Espacials de Catalunya, di METI International e del festival Sónar. Il rapporto dell’istituto catalano documenta due campagne: 16-18 ottobre 2017 e 14-16 maggio 2018, attraverso l’antenna EISCAT di Tromsø, in Norvegia.

Il bersaglio era il sistema della stella di Luyten, a circa 12,4 anni luce, che ospita GJ 273 b, considerato potenzialmente abitabile. Questa definizione non certifica la presenza di acqua liquida, organismi o civiltà.

I messaggi contenevano sequenze matematiche, istruzioni per interpretare le informazioni successive e brevi composizioni musicali. Fra i ricercatori coinvolti figurano Ignasi Ribas e Yvan Dutil. Il tentativo era costruire gradualmente un contesto comprensibile, evitando di presumere che un destinatario sconosciuto sapesse già decodificare musica e simboli umani.

La distanza consente anche un calcolo: per le emissioni del 2017, il viaggio di andata e ritorno richiederebbe circa 25 anni. Un’eventuale risposta immediata potrebbe quindi raggiungerci intorno al 2042, soltanto se esistessero destinatari capaci di ricevere, comprendere e rispondere. È una possibilità teorica ricavata dai tempi di propagazione, non un appuntamento previsto.

La Terra è già visibile ad altre civiltà?

Le nostre tecnologie producono da tempo emissioni che si propagano nello spazio. La loro rilevabilità, però, dipende dalla potenza, dalla direzione, dalla distanza e dagli strumenti di chi osserva. Un radar potente e un’emissione quotidiana debole offrono possibilità molto diverse.

La ricerca sulle tecnofirme terrestri, illustrata dal SETI Institute attraverso il lavoro di Sofia Sheikh, studia proprio queste differenze. Affermare che gli extraterrestri conoscano già la nostra presenza andrebbe oltre quanto possiamo dimostrare.

Chi dovrebbe decidere che cosa comunicare?

Inviare messaggi interstellari apre anche una questione di rappresentanza: chi può scegliere contenuti e destinatari per un intero pianeta? Già le proposte elaborate negli anni Novanta dal comitato SETI dell’International Academy of Astronautics indicavano la necessità di consultazioni internazionali e di un confronto pubblico. Erano proposte di principi, non un’autorizzazione mondiale alle trasmissioni.

Resta il punto scientifico essenziale: non disponiamo di prove confermate di un contatto con civiltà extraterrestri. La NASA dichiara di non aver trovato evidenze credibili di vita oltre la Terra. I messaggi inviati rappresentano tentativi sperimentali: trasformano la domanda sulla nostra solitudine cosmica in un problema concreto di segnali, distanze e comprensione.

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