Turni notturni, responsabilità elevate e carichi emotivi possono mettere sotto pressione la salute. I dati Inail e una ricerca dell’Erasmus Medical Center aiutano a comprendere il problema, ma richiedono una lettura attenta
Finire un turno e sentirsi ancora in servizio: pensieri che continuano a rincorrersi, difficoltà a recuperare, tensione che accompagna anche le ore libere. Per chi lavora nella sanità o alterna orari diurni e notturni, lo stress lavoro-correlato può diventare un problema concreto. L’Organizzazione mondiale della sanità individua tra i fattori di rischio per gli operatori sanitari la pressione del tempo, i turni, gli orari prolungati e lo scarso sostegno organizzativo.
L’espressione “super stress” è una formula giornalistica. Per comprendere il fenomeno servono indicatori precisi e una distinzione tra disagio percepito, disturbi di salute e alterazioni ormonali.
Stress sul lavoro: che cosa dicono davvero i dati Inail
La scheda “Le malattie psichiche sul lavoro”, pubblicata dall’Inail nel 2025, analizza diverse fonti di sorveglianza riferite al periodo 2019-2023. Nel sistema MalProf risultano 782 segnalazioni di malattie psichiche; per 424 è stato individuato un nesso positivo con la storia lavorativa.
Nella tabella dedicata ai settori, riferita a 510 periodi lavorativi con comparto identificato, l’assistenza sanitaria rappresenta l’11,8%, il commercio al dettaglio il 9,8% e la pubblica amministrazione il 6,3%.
Queste percentuali descrivono la distribuzione delle esposizioni lavorative nell’archivio analizzato: non indicano la quota di lavoratori stressati in ciascun settore. Anche i numeri sulle singole professioni richiedono la stessa cautela: non consentono di affermare, per esempio, che il 29,1% di tutti i medici soffra di stress. La scheda, inoltre, non misura il cortisolo dei lavoratori.
Turnisti e cortisolo: lo studio di Rotterdam è del 2011
Il riferimento all’Erasmus Medical Center di Rotterdam rimanda a una ricerca pubblicata nel 2011 sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, firmata da Laura Manenschijn e colleghi.
I ricercatori hanno confrontato il cortisolo nei capelli di 33 turnisti e 89 lavoratori con orario diurno. I valori erano rispettivamente 47,32 e 29,72 picogrammi per milligrammo di capelli: calcolando la differenza, emerge circa il 59% in più nei turnisti. L’indicazione del 140% riportata nel lancio non corrisponde quindi al confronto complessivo dello studio.
Dividendo i partecipanti per età, l’aumento risultava significativo soltanto nel gruppo più giovane. Il campione limitato e la natura osservazionale della ricerca impongono prudenza: il risultato mostra un’associazione, ma non dimostra che i turni causino da soli l’aumento del cortisolo in ogni lavoratore.
Cortisolo alto: perché i sintomi da soli non bastano
Il cortisolo è un ormone prodotto dalle ghiandole surrenali. Contribuisce alla risposta allo stress, alla regolazione della glicemia e della pressione e al controllo dell’infiammazione. La sua concentrazione varia durante la giornata: normalmente è più elevata al mattino e diminuisce successivamente.
La sensazione di essere sotto pressione non basta a diagnosticare un eccesso patologico di cortisolo. Anche gli esami richiedono un’interpretazione medica: orario del prelievo, farmaci, esercizio e altre condizioni possono influenzare i risultati.
Un’esposizione prolungata a livelli eccessivi di cortisolo può caratterizzare condizioni cliniche come la sindrome di Cushing, che richiedono accertamenti specifici. Non è corretto dedurla dalla sola presenza di stanchezza o aumento di peso.
Ritenzione idrica: il gonfiore non dimostra un eccesso di cortisolo
Anche il collegamento tra stress e ritenzione idrica richiede cautela. Il gonfiore può avere numerose cause, tra cui eccesso di sodio, alcuni farmaci e patologie cardiache, renali o epatiche. Non è un indicatore specifico di cortisolo elevato.
Un gonfiore persistente o senza una spiegazione evidente merita una valutazione sanitaria. Il generico richiamo al drenaggio non sostituisce l’individuazione della causa.
Prevenire lo stress significa migliorare le condizioni di lavoro
La prevenzione comincia dall’organizzazione. L’OMS raccomanda di intervenire su carichi, organici, durata e distribuzione dei turni, garantendo pause e migliorando comunicazione e collaborazione. A questi interventi si affiancano formazione dei responsabili, sostegno psicologico e attività fisica.
Anche il conflitto tra impegni professionali e responsabilità familiari può pesare sulla salute mentale e va considerato nella valutazione delle condizioni di lavoro.
In Italia, ricorda l’Inail, la valutazione dello stress lavoro-correlato rientra negli obblighi del datore di lavoro previsti dal decreto legislativo 81/2008. Proteggere chi cura e chi lavora su turni richiede scelte organizzative concrete: tempi di recupero, risorse adeguate e possibilità di segnalare le difficoltà.


