Fra Renzi e Letta al massimo una sopportazione

ROMA – Facciamo chiarezza fin dall’inizio. Negli ultimi giorni è accaduto questo: Matteo Renzi, ben sapendo che, specie in un momento del genere, non c’è nulla di più logorante per un leader dinamico come lui dell’immobilismo, ha deciso di andare alla guerra.

Il problema è che si è scelto un po’ troppi nemici. Come se non bastassero Alfano e gli avversari-alleati del Nuovo Centrodestra, infatti, il sindaco di Firenze ha pensato bene di prendere di mira anche l’amico-rivale Enrico Letta, la minoranza interna del PD, i piccoli partiti, indispensabili sia per la tenuta dell’esecutivo sia per un’eventuale vittoria futura del centrosinistra, e, stando ad alcune maligne voci di corridoio, prontamente smentite ma ugualmente verosimili, anche quella parte dei suoi sostenitori che è disposta sì ad assecondare la sua furia riformatrice ma non a qualunque costo, meno che mai assumendosi il rischio di un ritorno alle urne in primavera.

Stando a ciò che riferisce Goffredo De Marchis su “la Repubblica” di ieri, dunque, fra Letta e Renzi il clima è glaciale, con il primo sospettato dal secondo di volerne prendere il posto e il secondo intento a rassicurarlo che non è così ma il governo può andare avanti solo se “fa le cose”.

La legge elettorale e il regno del caos

La verità, a nostro giudizio, è un’altra. Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, fra Letta e Renzi non potrà mai esserci alcuna collaborazione, né tanto meno un’amicizia sul piano personale, ma al massimo una reciproca sopportazione e, stando agli auspici di una larga parte del PD, un duello rusticano nel prossimo autunno per contendersi la leadership della futura coalizione di centrosinistra. Nessuno, però, aveva messo in conto gli sviluppi degli ultimi giorni, ossia l’insistenza, sinceramente forzata e fuori luogo, di Renzi sugli errori e le mancanze dell’esecutivo (che pure ha sbagliato molto ma non è rimasto certo fermo né, tanto meno, ha prodotto solo risultati negativi) e la reazione furiosa di Letta che pare essere addirittura arrivato al punto di minacciare le proprie dimissioni nel caso in cui dovesse protrarsi la “strategia del logoramento” portata avanti dal segretario del PD.

I panni del GianBurrasca e la facile ironia

Perché il punto è proprio questo, e prima o poi, al netto delle battute e della facile ironia, che pure gli riesce bene, Renzi dovrà dismettere i panni del Gian Burrasca e rispondere nel merito: cosa vuole fare da grande? E, soprattutto, quando? Perché che aspiri alla premiership è evidente, e noto oramai anche ai sassi; l’incognita è se sia disposto ad aspettare quindici mesi o tema che, così facendo, si logori al punto di veder messa in dubbio la sua leadership.

Il timore che voglia rovesciare il tavolo e tornare alle urne in primavera è oramai diffuso, specie fra i ministri, e questo compromette, forse irrimediabilmente, i già fragili equilibri di un esecutivo che al momento sembra figlio di nessuno: rinnegato dal nuovo corso del PD, più sofferto che amato dal Nuovo Centrodestra, di fatto avversato da un Monti che, però, a differenza dei compagni d’avventura, non ha ancora scelto da che parte schierarsi la prossima volta.

Al che, sorge spontanea la domanda: chi sarà il Mastella del gennaio 2014? Perché è inutile girarci intorno: il parallelo con l’inverno del 2008, quando Prodi cadde in Senato, fallì il mandato esplorativo affidato a Marini e si tornò alle urne, ci sta tutto. E i rischi per il PD sono gli stessi di allora, con l’ulteriore preoccupazione che oggi i democratici devono vedersela con un terzo incomodo in ottima salute, il Movimento 5 Stelle di Grillo, e con una disperazione sociale che favorisce di gran lunga le forze populiste e anti-sistema.

Conviene davvero a Renzi tornare alle urne? No, per niente, altrimenti, con ogni probabilità, saremmo già in campagna elettorale. E ad Alfano? Riflettiamo un attimo: la Consulta ha ritagliato una legge elettorale, il proporzionale puro con preferenza unica, che per Alfano e il suo piccolo partito sarebbe l’ideale, in quanto consentirebbe loro di condizionare sia un eventuale governo di centrodestra sia un probabile nuovo esecutivo di larghe intese, magari guidato proprio da Renzi.

Ogni giorno gli attacchi del Pd al governo. A chi giova?

Conviene, dunque, al PD continuare ad attaccare un giorno sì e l’altro pure non solo l’operato dell’esecutivo (azione sbagliata e dannosa che fa apparire i democratici come una formazione inaffidabile e poco costruttiva) ma anche i propri temporanei alleati di governo, fornendo loro la motivazione che non hanno ancora trovato per mandare a gambe all’aria l’esecutivo e gettare la sinistra nella disperazione?

La risposta sarebbe ovvia, ma non è così. E non è così perché purtroppo, dallo scorso 8 dicembre, regna nel PD un’assurda illusione di onnipotenza, come se il nuovo segretario fosse una sorta di Messia in grado di risolvere tutti i problemi e “cambiare verso” alle sorti dell’umanità, senza accorgersi che, per quanto egli sia più bravo dei predecessori davanti alle telecamere e sui social network, i sondaggi dicono chiaramente che il partito cresce a singhiozzo, i grandi giornali cominciano a non poterne più di una ruvidezza di modi sinceramente fastidiosa e, quel che è peggio, i cosiddetti “moderati” stanno iniziando a chiedersi se non sia il caso di volgere lo sguardo verso formazioni meno mediatiche ma, all’atto pratico, più concrete, quali ad esempio Scelta Civica, i Popolari di Casini e Mauro o lo stesso Nuovo Centrodestra di Alfano. Senza contare che la sinistra del partito è in rivolta, stanca dell’eccessivo protagonismo del sindaco di Firenze, in disaccordo totale con il suo decisionismo, incredula di fronte a scelte francamente incomprensibili, se non per mere ragioni propagandistiche, come la segreteria convocata la mattina all’alba e più che mai decisa a dare battaglia su questioni decisive quali la legge elettorale e il piano per il lavoro che la stessa segreteria democratica dovrebbe presentare entro fine mese.

L’errore di scegliere Berlusconi interlocutore privilegiato

E qui veniamo all’aspetto cruciale della vicenda, quello che può segnare le sorti sia del PD che dell’esecutivo: se al caos sul possibile rimpasto di governo, reso ancor più incerto dalla vicenda che ha coinvolto di recente la ministra De Girolamo, dovesse aggiungersi anche l’errore renziano di scegliere Berlusconi come interlocutore privilegiato per trattare sulla legge elettorale, il patatrac sarebbe assicurato e Alfano sarebbe libero di passare all’incasso e ricompattare il centrodestra intorno al proprio nome.

Sembra incredibile, ma è così: il primo partito del Paese, passato in pochi mesi dalla depressione all’esaltazione e a un pericolosissimo sentimento di strapotenza, sta correndo il serio rischio di compiere tutte, ma proprio tutte, le scelte in grado di favorire i propri avversari: Alfano e Berlusconi sul fronte dei moderati e del centrodestra e Grillo sul fronte della sinistra più radicale e in sofferenza per la svolta neo-centrista del partito.

Ha senso tutto questo? Naturalmente no, ma se le scelte politiche degli ultimi vent’anni fossero sempre state dettate dalla razionalità e dal buon senso oggi non saremmo costretti ad assistere alla scena umiliante di un pregiudicato che entra nella sede del PD e ne esce con la certezza di aver vinto su tutta la linea, di avere ancora in mano il pallino del gioco e di poter persino contare su avversari che credono di esser loro a dettare l’agenda.

Roberto Bertoni

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