Venerdì, 27 Giugno 2014 07:41

Il calcio italiano: un pallone sgonfio

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ROMA - L’uscita dai Mondiali e la caduta così in basso dell’Italia calcistica sono immagini ancora vive nei pensieri dei calciofili soprattutto italiani. Ma quest’ultima disfatta non può essere circoscritta solamente agli errori della breve avventura azzurra in Brasile. Forse bisogna tornare indietro di qualche anno.

Dall’ultimo mondiale vinto, quello del 2006, nel calcio italiano è avvenuto un profondo processo di cambiamento (forse iniziato già prima del 2006) che di fatto ha livellato il nostro campionato verso il basso e di conseguenza anche la competitività della nostra Nazionale. C’è da considerare che qualche impennata di orgoglio c’è stata, come il secondo posto conquistato agli ultimi europei, ma evidentemente non basta.  Il processo di cambiamento, in negativo, che ha investito il nostro calcio, è derivato sicuramente dalla perdita del potere economico delle nostre società, con politiche economiche calcistiche e progettazioni tecniche sbagliate e poco lungimiranti. I risultati sono quelli sotto gli occhi di tutti: società con conti in rosso, i migliori calciatori, italiani e stranieri, che giocano in campionati esteri (vedi Verratti, al PSG), mentre i giovani talenti del nostro Paese vengono offuscati da improbabili nomi stranieri, a volte impronunciabili.  

Le società non badano più a mettere in rosa 20 o 25 calciatori di buon livello per innalzare la qualità della squadra, ma mettono nel conto numeri da far quadrare in bilancio. Ecco, allora, calciatori da plusvalenze, scambi alla pari, giovani in prestito che girano per dieci anni fino a far perdere le loro tracce; campioni, o meglio, presunti tali, comprati a un prezzo e rivenduti l’anno dopo a metà più comproprietà con riscatti da inventare. Insomma una girandola infinita di milioni di euro e un fantacalcio da far accapponar la pelle, che non frutta né in termini economici né in termini di risultati in campo. In questa grande confusione, dove si muovono a proprio agio i procuratori dei calciatori, la qualità del nostro calcio perde sempre più valore a livello internazionale. Mentre anni fa i nostri giovani avevano la possibilità di crescere calcisticamente allenandosi vicino a campioni del calibro di Maradona, Platini, Rumenigge, Ibrahimovic e altri ancora, ora nel nostro campionato non si vedono più calciatori di tale livello con la conseguente perdita della capacità di apprendimento di futuri e possibili, o probabili, campioncini. In più, in una società in cui l’apparire (ossia essere riconosciuto) è più importante dell’essere (ossia, l’essere realmente campioni). Ecco allora creste, tatuaggi, orecchini, atteggiamenti spavaldi, ma anche morsi, finte cadute e parole di troppo, soprattutto sui social network. Balotelli è solo uno dei tanti giovani calciatori che hanno scelto questo modus vivendi e la lista è lunga e folta. Fa impressione rivedere le immagini sbiadite dei mondiali dell’82 o del ’78. I calciatori di allora sembravano, a pari età, i padri di quelli di adesso. Cambi generazionali, è vero, ma anche diverse mentalità. Si dava tutto in campo al costo di lasciarci un polmone e sembrava fosse una cosa normalissima. Ora sembrerebbe un fatto eroico da tenerne conto. Insomma, è tutto un sistema che va a rotoli, l’intero sistema calcio. E quello italiano è uno dei primi a capitolare in Europa anche se la Spagna potrebbe seguirla a breve. 

In quest’ultima spedizione, come tifosi italiani, speravamo, se non altro, di vedere i nostri ragazzi dare il massimo, di parlare di capitani coraggiosi che si sarebbero battuti tenendo alto il nome dell’Italia. Nemmeno questo. Ce ne torniamo con le pive nel sacco e con un malcontento che va oltre ogni immaginabile previsione, dopo aver mostrato in campo tutte le nostre debolezze.

La responsabilità non è di Balotelli. La responsabilità è di tutti, compreso Balotelli. Delle società italiane. Della strategia della nostra Federazione. Dei procuratori e dai magnati del calcio internazionale, che stanno svuotando il calcio della sua reale poesia. C’è da rifondare tutto. Che si investa nel settore giovanile e forse si potrà ricominciare daccapo.

 

Ultima modifica il Venerdì, 27 Giugno 2014 08:51
Paolo Natale

Giornalista pubblicista

Collaboratore per Book Moda Magazine

Collaboratore per Top Time Magazine

Dottore in Scienze della Comunicazione

www.dazebaonews.it

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