Martedì, 31 Maggio 2016 06:57

Luciano Lama: l’orgoglio del sindacato, la dignità del lavoro

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ROMA - Non so quanti ragazzi sappiano chi sia stato Luciano Lama, quali siano state le sue battaglie e quali valori abbia difeso strenuamente fino all’ultimo giorno della sua vita.

Purtroppo, a vent’anni di distanza, bisogna ammettere che la memoria di questo grande sindacalista e di quest’uomo capace di compiere scelte impopolari e di assumersi responsabilità drammatiche, in una stagione segnata dalla violenza, dal terrorismo e dai primi sintomi di sfaldamento di quel patto democratico sancito dalle forze politiche nell’immediato dopoguerra, la memoria di questa figura eminente della sinistra italiana è pressoché svanita.

Sul suo nome è disceso quell’oblio polveroso che è calato su quasi tutti i padri, in quest’epoca di rottamatori senza storia e senza radici, convinti erroneamente di poter procedere senza tener conto di ciò che c’è stato prima di loro e dei simboli, delle tradizioni culturali, degli ideali, delle speranze e delle passioni civili che hanno scandito decenni di vita politica e sindacale del Paese.
Qualcuno, specie nel mondo renziano, ha persino avuto l’ardire di iscrivere Lama fra gli avversari della Camusso, con la stessa faccia tosta con la quale ha elevato la Iotti, Ingrao, Berlinguer e persino Calamandrei a padri dello stravolgimento della Costituzione sul quale saremo chiamati a pronunciarci in autunno. Anche Lama, qualche tempo fa, è stato estratto dal dimenticatoio, spolverato a dovere e strumentalizzato per attaccare la Camusso in lotta contro il Jobs Act e le sue conseguenze sulla vita di milioni di lavoratori.

Lama, partigiano e da sempre difensore dei diritti degli operai; Lama, divenuto segretario della CGIL nell’anno in cui fu varato lo Statuto dei lavoratori; Lama, un riformista autentico che a suo tempo fu anche contestato aspramente, per carità, ma che mai avrebbe avallato questa deriva liberista e irrispettosa della dignità delle persone; Lama, che il 17 febbraio del ’77 subì una pesantissima contestazione alla Sapienza di Roma da parte della sinistra extra-parlamentare, ostile al compromesso storico tentato da Berlinguer con la DC e alla strada dei sacrifici e dell’austerità auspicata dallo stesso segretario della CGIL; Lama, figura simbolo di un tempo amaro e difficile, non può essere svilito così.

Al contrario, sarebbe il caso di domandarsi cosa intendessero Lama e Berlinguer quando parlavano di sacrifici e austerità. Non certo il massacro dei diritti sociali o lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori bensì un radicale cambiamento dello stile di vita e delle abitudini delle classi dirigenti, basato su una maggiore sobrietà e morigeratezza, in quanto, con la lungimiranza che era loro propria, avevano capito già allora in quale direzione si stesse andando e volevano evitare il disastro che poi, purtroppo, è prontamente avvenuto. 

Sacrifici per tutti, non solo per gli operai, per gli ultimi e per i ceti sociali più deboli, una più equa ripartizione delle risorse e uno sforzo collettivo per tirare fuori l’Italia dalle secche di una crisi che in quegli anni aveva prodotto un’inflazione a due cifre e un tasso di disoccupazione al galoppo, mettendo in evidenza lo sfarinamento del tessuto sociale e la necessità di riformare radicalmente il quadro politico e istituzionale, senza snaturarlo né produrre alcuna svolta autoritaria bensì battendosi proprio per contrastare le prime tendenze in tal senso.

Erano, per intenderci, gli anni della P2 e del delitto Moro, del terrorismo rosso e nero, delle stragi del treno Italicus e della stazione di Bologna, di Giorgiana Masi e di Vittorio Occorsio, di Antonio Custra e di Settimio Passamonti, gli anni di Cossiga ministro degli Interni e delle trattative estenuanti per l’ingresso dell’Italia nello SME, gli anni in cui si iniziò a mettere in dubbio la validità della Scala mobile, tragicamente abolita da Craxi nell’84 con un decreto non abrogato dal referendum dell’anno successivo, e nei quali il debito pubblico cominciò la corsa verso l’abisso nel quale ci saremmo ritrovati sul finire della Prima Repubblica e nel quale versiamo tuttora. 

E in quegli anni lì, complessi, impossibili, violenti e barbari, in una delle stagioni più buie della nostra storia recente, Luciano Lama seppe mantenere alta la bandiera dei diritti e della dignità del lavoro, battendosi in difesa non solo dei lavoratori ma del concetto stesso di democrazia, come quando, il 22 ottobre del ’72, scese a Reggio Calabria insieme a Trentin e Truffi della CGIL, Carniti della CISL e Benvenuto della UIL per manifestare contro Ciccio Franco e i moti di Reggio, contro il “boia chi molla” che caratterizzò quella pericolosa ondata di fascismo, sollevatasi in seguito al trasferimento del capoluogo di regione da Reggio Calabria a Catanzaro, e contro le insidie per lo Stato che quella mezza insurrezione meridionale rappresentava. 

Luciano Lama il partigiano, Luciano Lama il deputato e il senatore del PCI, Luciano Lama il segretario della CGIL, Luciano Lama protagonista di mezzo secolo della vita pubblica di questo Paese e, infine, Luciano Lama il coraggioso sostenitore di svolte aspre ma necessarie, spesso incomprese ma risolutive di situazioni intricate e altrimenti irrisolvibili, col rischio di pericolose degenerazioni e di svolte anti-democratiche tutt’altro che fantascientifiche. 

Luciano Lama e la sua eredità, raccolta prima da Pizzinato e poi, soprattutto, da Bruno Trentin, ultimo gigante del sindacalismo italiano, capace di anteporre gli interessi del Paese a quelli propri e di dimettersi dopo aver concertato con il governo Ciampi un Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione, sugli assetti contrattuali, sulle politiche del lavoro e sul sostegno al sistema produttivo duro ma indispensabile per mantenere dritta la barra di una Nazione sconvolta dallo stragismo mafioso e dall’incertezza politica ed economica venutasi a creare negli anni dello scandalo di Tangentopoli, dei referendum di Segni, del passaggio dal proporzionale al maggioritario, con il famoso “Mattarellum”, e delle manovre lacrime e sangue di Amato e del già menzionato Ciampi.

Luciano Lama e la nobile tradizione della sinistra riformista, nell’anno in cui la CGIL compie centodieci anni e cerca di rilanciarsi, in un’altra stagione disperata e densa di insidie inedite, in una fase storica nella quale il fronte di lotta da interno è diventato europeo, anzi mondiale.
Luciano Lama, vent’anni dopo: è importante ricordarlo affinché nessuno possa appropriarsi indebitamente del suo operato, affinché la sua lezione morale sia d’esempio alle giovani generazioni, affinché il suo rigore e la sua serietà facciano scuola e non vadano perduti.

Roberto Bertoni

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