Israele-Turchia. E’ crisi diplomatica

Intanto in Palestina l’”Eid-al-Fitr” è passato all’insegna della depressione economica, mentre le campagne degli attivisti guadagano terreno

ISTAMBUL – Il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu ha reso nota la decisione di espellere dal paese l’ambasciatore israeliano ad Ankara. Oltre a questo, tutti gli accordi militari tra i due paesi sono stati sospesi. Davutoglu ha aggiunto che la Turchia riduce la sua rappresentanza diplomatica in Israele al livello di un econdo segretario.
Tale decisione, nota come “piano B”, è prevista dalla Turchia a fronte del rifiuto israeliano di porgere le scuse per l’attacco omicida ai danni della nave di aiuti turca Mavi Marmara, diretta a Gaza, il 31 maggio del 2010, quando nove attivisti turchi furono assassinati. Tale decisione avviene in contemporanea alla pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite sulle violenze a bordo della Flotilla. La sostanza del rapporto Onu, guidato dall’ex premier della Nuova Zelanda Geoffrey Palmer, è che il blocco navale era legale, ma che i commando fecero uso di eccessiva forza nell’incidente di maggio 2010 (“Israele fece uso di ‘eccessiva e inspiegabile forza’ dopo aver incontrato ‘la resistenza violenta’ da parte di alcuni dei passeggeri a bordo”, recita il testo).
Da qui la contesa: Israele si rifiuta di chiedere scusa, e Ankara non riconosce la legalità del blocco su Gaza. Guai a mettere in pericolo la tanto faticata immagine superomica e possente edificata dalla propaganda e dalla narrativa israeliane. Eccoci ancora incatenati al bavaglio della paura: chi chiede scusa, chi riconosce gli errori, è un debole e timoroso, ragion per cui le irragionevoli prese di posizione israeliane vengono esasperate sino all’inverosimile.

Sygmunt Bauman, noto sociologo di origini ebraiche, ha paragonato “il Muro d’Apartheid voluto da Israele nei Territori palestinesi occupati a quello intorno al Ghetto di Varsavia, dove centinaia di migliaia di ebrei perirono durante l’Olocausto” (il raffronto di Bauman è stato pubblicato dal quotidiano israeliano “Haaretz” , che ha a sua volta ripreso l’intervista rilasciata dal sociologo al settimanale polacco “Politika”)
Oltre al muro dell’Apartheid non dimentichiamoci le decine di leggi a sfondo razzista che vigono nel sistema israeliano (la municipalità di Tell er-Rabi’, presso Tel Aviv, è l’ultima delle decine di province nel paese a imporre ai bambini la frequenza di scuole dell’Apartheid, in base, cioè, a “razza” e nazionalità), oltre che alla dominazione economica: uno studio pubblicato dall’UNCAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo) analizza in maniera dettagliata lo sviluppo economico dei territori palestinesi occupati, il cui mercato è fortemente dipendente dallo stato di Israele, che ne assorbe quasi il 90% delle esportazioni oltre ad essere il principale canale attraverso cui passa più dell’80% delle importazioni verso la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Una serie infinita di misure di sicurezza sviliscono il commercio per mezzo di controlli di sicurezza e misure che allungano all’infinito il circuito commerciale. Una dominanza economica che si è fatta sentire soprattutto in occasione dell’Eid al-Fitr, i tre giorni di festa dopo la fine del Ramadan.

Meritano rilievo le campagne condotte da movimenti di attivisti per la difesa dei diritti umani che sortiscono sicuramente più effetti rispetto allo stallo ed alle impasses che generano le grandi commissioni delle organizzazioni internazionali: la holding israeliana Agrexco, che esporta frutta e verdura soprattutto nei nostri mercati europei, dopo averli coltivati nei territori occupati, quindi in violazione alle leggi internazionali, dichiarerà bancarotta l’11 Settembre (con sentenza del tribunale). Si parla di cattiva gestione del management, ma gli attivisti del Bds (boycott, disinvestement and sanctions) sottolineano gli effetti del boicottaggio civile utilizzato come strumento per obbligare imprese e privati a rispettare le leggi internazionali.
In Svezia, Sodastream, produttore israeliano di sistemi per gassare l’acqua, per due anni è stata oggetto di una campagna che mirava a evidenziare la complicità dell’azienda con l’occupazione israeliana. Il principale impianto di produzione di Sodastream si trova, infatti, a Mishor Adumim, la zona industriale dell’insediamento israeliano di Ma’aleh Adumim nella Cisgiordania occupata. Grazie alla campagna degli attivisti, il 19 Luglio la catena di supermercati Coop ha annunciato la sospensione degli acquisti dei suoi prodotti.

Raffaele Urselli

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