Afghanistan. Mozione respinta per ritirare i nostri militari. Il Pd vota contro. Intervista a Di Stanislao, primo firmatario

ROMA – Il 15 febbraio l’Aula della Camera ha respinto la mozione per la definizione del piano per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan.

Il testo è stato votato per parti separate su richiesta del Pd, che si è espresso a sfavore. Abbiamo affrontato la questione con il primo firmatario l’onorevole Di Stanislao dell’Idv, , capogruppo IdV in Commissione Difesa,

D: Alla luce della mozione presentata dall’Idv il 15 febbraio, sul piano di rientro del nostro contingente militare dall’Afghanistan, mantenendo però e implementando al contempo le forme di cooperazione e di aiuto per la popolazione civile, non si pone secondo Lei un problema di sicurezza, considerato il rischio di operazioni terroristiche da parte dei talebani (insurgents)? Non è rischioso dunque per gli operatori  rimanere in territorio afghano in assenza di protezione da parte dei militari?

R: Con la Mozione IdV presentata a mia prima firma si è voluto esporre un chiaro quadro oggettivo dell’attuale situazione in Afghanistan da quando le Missioni ISAF e EUPOL sono presenti in quei territori.  Ci sono dati, fatti e documentazione provenienti dalle più autorevoli fonti a livello internazionale e non si può negare la drammaticità che ne emerge. Non abbiamo mai avuto dubbi che la “ Mission” della nostra presenza originaria voluta dal Parlamento e percepita dall’opinione pubblica fosse un mandato teso al mantenimento della sicurezza nell’interesse della ricostruzione e degli sforzi umanitari, ma ora crediamo fermamente che non sia più così e che le condizioni di oggi siano drasticamente cambiate rispetto a nove anni fa in termini umanitari e politici e che lo scenario si sia trasformato in un teatro di guerra. La Mozione IdV non intendeva dividere i due aspetti, quello militare e quello della cooperazione, anzi riteniamo che le due cose costituiscano insieme il vero senso della Missione che deve operare su tre direttrici: ricostruzione, addestramento e stabilizzazione. Abbiamo provato più volte in questi anni, monitorando costantemente gli eventi, a sensibilizzare il Governo e indirizzarlo con proposte concrete, ma senza alcun risultato. O meglio, con il risultato di giungere ad oggi, a quasi 10 anni, con un bilancio disastroso per tutti gli aspetti. Crediamo che non si possa più tergiversare e giocare sulla pelle dei militari e di tutti quei civili impegnati, volevamo impegnare il Governo a predisporre un piano di rientro del nostro contingente nei tempi e nei modi  dovuti  e nel frattempo aprirgli gli occhi sulla realtà e adoperarsi a sostegno di quella popolazione

D: Perché secondo lei il Pd si ostina a sostenere questa “avventura afghana” del governo Berlusconi, che si è dimostrata di fatto fallimentare, considerando che nel frattempo la situazione è peggiorata, i signori della guerra si sono arricchiti, la corruzione regna sovrana, le elezioni sono state inficiate da brogli elettorali di ogni genere, come certificato da organismi internazionali e le donne e i bambini continuano ad essere in pericolo costante?

R: Siamo dinanzi ad una vietnamizzazione del conflitto. La domanda andrebbe posta direttamente al Pd, ma a mio avviso non riesce a distinguere tra necessità e responsabilità, la necessità di essere all’interno di una coalizione  con impegni assunti in tutte le sedi internazionali che non deve e non può prescindere dalla responsabilità di esserci a determinate condizioni e rispettando gli impegni  contenuti nella mission delle missioni internazionali che lo ricordo sono gli interventi di cooperazione di sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione-      

D: Cosa pensa di fare l’Idv dopo la bocciatura della mozione di ieri, come pensa di portare avanti il discorso del ritiro del contingente italiano?

R: L’Italia dei Valori continuerà a lavorare con l’obiettivo di offrire al parlamento e alla comunità nazionale un quadro sempre più chiaro possibile dello stato della Missione che ci vede coinvolti che di fatto non è più di peace building e peace keeping, ma di peace enforcing.  E’ diventata qualcosa che ci impedisce di fare l’attività per cui siamo preparati e ci inserisce in un contesto di guerra e subalterni alle logiche di altri Paesi implicati nel conflitto

D: La professionalità e l’umanità dei nostri militari è di certo fuori discussione, ma non pensa però che la guerra in Afghanistan si possa considerare come una nuova “guerra di Spagna” dove chi era senza lavoro si arruolava per disperazione? Mi spiego meglio non crede che i nostri militari accettino i periodi di servizio in Afghanistan in virtù anche delle retribuzioni giornaliere e mensili più alte rispetto a quelle dei militari dei contingenti europei e americani?

R: La cifra della nostra umanità a livello internazionale e della nostra professionalità è data dai nostri militari a dispetto dell’immagine che danno il Governo e Berlusconi. In relazione a questa mia convinzione, ritengo che i nostri soldati vadano in Afghanistan perché convinti di partecipare fattivamente ad una Missione di pace tesa allo sviluppo e alla cooperazione mentre lì sono in uno scenario di guerra che devono subire quotidianamente. Non credo si possa fare un’equazione missione/retribuzione. Non posso e non voglio pensare che vi possa esistere una monetizzazione rispetto ad un impegno così alto.

Il 24 gennaio scorso la Camera dei Deputati ha votato il “diciannovesimo” rifinanziamento semestrale della missione italiana di guerra in Afghanistan, concernente l’aumento stabile del contingente militare italiano oltre che la modifica delle regole d’ingaggio. E’ così che grazie alla “disponibilità” del ministro della Difesa Ignazio La Russa, Roma decide di mandare ad Herat altri 1200 uomini (gli americani non se ne aspettavano più di 500). Ancora una volta i nostri politici hanno ritenuto opportuno rifinanziare un’inutile campagna militare negli stessi posti che hanno visto uno degli eserciti più forti del mondo, quello della ex Unione Sovietica, ritirarsi sconfitto negli anni 80, mentre nel frattempo in patria si discute per il federalismo municipale, foriero di nuove tasse, si chiudono ospedali, si riducono i fondi per la cultura, l’università, la ricerca e così via.

Per la campagna militare che va dal 1° gennaio al 30 giugno 2011, è prevista una spesa di oltre 410 milioni di euro, vale a dire più di 68 milioni al mese (2,26 milioni al giorno) con un aumento di spesa di 17 milioni di euro, rispetto al precedente rifinanziamento, causato dall’invio in zona di guerra di rinforzi che hanno portato il nostro contingente a 4.200 uomini, 883 mezzi terrestri (blindati leggeri, veicoli corazzati da combattimento) e lo schieramento di 34 velivoli (cacciabombardieri, elicotteri da combattimento, aerei teleguidati e da trasporto). E’ invece diminuito il finanziamento alle iniziative di cooperazione allo sviluppo: 16,5 milioni di euro rispetto i 18,7 del secondo semestre 2010, destinati a pagare progetti di ricostruzione e di assistenza umanitaria.

In poco più di nove anni e mezzo questa “missione di pace in zona di guerra” è costata alle casse dello Stato più di 3 miliardi di euro, dei quali circa il 90% destinati ad armamenti ed equipaggiamento e solo il restante 10% per interventi di carattere civile, di ricostruzione e di aiuto alla popolazione.
In un anno, con gli stessi soldi spesi dall’Italia per la guerra, si sarebbero potuti far funzionare in Afghanistan trecentosessantacinque ospedali, tutti di alto livello e completamente gratuiti per la popolazione. Due milioni è infatti il costo annuo di un ospedale di Emergency.

I risultati di questa guerra sono sotto gli occhi di tutti: i talebani sono sempre più forti, il traffico di droga è aumentato, la corruzione sempre più radicata, le elezioni sono state inficiate da brogli elettorali di ogni genere, la popolazione civile continua ad essere in costante pericolo. Secondo l’Arm, il Centro di monitoraggio dei diritti in Afghanistan, almeno 2.451 civili afghani avrebbero perso la vita nell’ultimo anno in scontri tra talebani e forze governative. Le principali cause di morte sono state: esplosioni di ordigni rudimentali, attacchi suicidi, bombardamenti aerei e proiettili vaganti. Il 30 per cento circa delle vittime aveva meno di 18 anni. L’Amr scrive che il numero dei minori, morti nel 2010, è stato inferiore a quello registrato durante l’anno precedente, ma “il trend delle morti dei bambini e delle violazioni dei diritti umani rimane forte”.
Forse non bisognerebbe ricordarsi della guerra solo quando dolorosamente l’ultim’ora dei tg ci informa dell’ennesimo attacco alle truppe italiane in Afghanistan.
La tragicommedia italiana della politica del “fare” (??), ci sta definitivamente togliendo quel poco di orgoglio che avevamo nel dichiararci italiani.
Il patrimonio di umanità e anche di professionalità dei nostri militari viene utilizzato, indipendentemente dai governi in carica, solo per fare politica estera.

Dai tempi della prima missione di pace in Libano, passando per il Kosovo e l’Iraq,  arrivando ai giorni nostri in Afghanistan, i militari italiani hanno pagato con sangue e dolore il loro impegno. La solidarietà pelosa alle famiglie dei caduti e ai feriti è stata sempre quella dell’obbligo di onorare la parte umana e mortale di uno strumento meramente politico.
Vorremmo che per questi motivi, per le vite umane sacrificate, per le enormi spese in armamenti delle risorse del nostro paese, ma soprattutto perché quella in Afghanistan è una “guerra” e la nostra Costituzione (art. 11) ripugna la guerra per la risoluzione delle controversie internazionali, che si decidesse di chiudere definitivamente il capitolo Afgano.

Rita Salvadei

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