Domenica, 02 Gennaio 2011 23:26

Afghanistan. Matteo Miotto, l'ultimo saluto al "vecio alpin"

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ROMA - Alla camera ardente dell'ospedale militare del Celio  una folla commossa ha voluto portare l'ultimo saluto al caporal maggiore Matteo Miotto, il giovane 24enne  in forza al 7mo Reggimento Alpini di Belluno che lo scorso 31 dicembre è stato colpito mortalmente da un cecchino mentre era di vedetta nell'avamposto afghano nella valle del Gulistan.

E' bastato un solo proiettile per centrare  la spalla e il collo,  unico punto vulnerabile non protetto dall'equipaggiamento in dotazione per provocare la morte immediata di Matteo. Una circostanza assolutamente sfortunata, dicono i medici che hanno eseguito l'autopsia quest'oggi, dopo il rientro della salma avvolta nel tricolore all'aeroporto di Ciampino.


Ma gli interrogativi sulle vere cause di questa morte, troppo prematura, non si spengono nemmeno dopo il tragico bollettino medico, perchè Matteo è il tredicesimo italiano caduto in un anno durante questa assurda guerra infinita, che qualcuno ha ancora il coraggio di definire missione di pace. L'invasione statunitense, denominata Operation Enduring Freedom, che ebbe inizio il 7 ottobre del 2011,  a seguito del tragico attentato alle torri gemelle dell'11 settembre, ha continuato in tutti questi anni a mietere migliaia di vittime, molte delle quali civili con lo scopo - finora mai raggiunto - di catturare Osama Bin Laden e rovesciare definitivamente il regime talebano.


Un'azione militare che partì all'epoca unilateralmente per volere degli Usa, che senza neppure convocare un tavolo al Consiglio di Sicurezza dell'Onu dichiararono guerra al terrorismo. Insomma la vendetta su quell'improvviso attentato perpetrato nel suolo americano e condivisa successivamente anche da altri governi come l'Italia, prese il sopravvento come una piena inarrestabile, in nome di una democrazia "esportata" al suono dei cannoni. Ancora oggi dopo la 35ma vittima italiana viene difficile da credere che il nostro contingente possa rimanere ancora in un territorio diventato sempre più ostile, in cui dopo quasi 10 anni è cambiato ben poco. Invece la missione deve continuare. Almeno questo continua a ripetere il ministro della Difesa Ignazio La Russa, per il quale l'obiettivo è quello di tornare a casa, ma solo quando l'Afghanistan verrà consegnato al suo legittimo governo, o meglio nel momento in cui gli afghani saranno in grado da soli di contrastare il  terrorismo.


Uno scopo ancora lontano che finora è costato la vita a 2.095 soldati della coalizione e circa 20 mila cittadini afghani, anche se il numero esatto rimane sconosciuto. Nemmeno di fronte all'ennesimo lutto che colpisce il paese nessuno nelle alte sfere del governo s'interroga seriamente, o evita accuratamente di farlo, sull'utilità di questa missione, sulla perdita di giovani vite umane, sulla costruzione di alternative in grado di portare la parola pace in questa terra già duramente segnata da decennali conflitti e non ultimo sulle ingenti risorse finanziare dissipate una guerra senza fine.


Di sicuro, da come lo hanno descritto, Matteo era un alpino di razza, un "vecio alpin", come dicono a Vicenza patria di queste truppe votate ad una vita di sacrificio alle alte quote della montagna. E sicuramente, almeno da come lo hanno descritto i suoi genitori non aveva fatto questa scelta per una mera questione economica, ma solo perchè credeva di poter contribuire positivamente ad una giusta causa. Tuttavia, nemmeno in questo frangente dove fato e tragedia si intrecciano inesorabilmente, non si trova nessuna giustificazione che possa tenere a bada il dolore e la rabbia davanti alla perdita di una giovane vita.
Per questo è incomprensibile che a tutt'oggi il governo italiano non abbia ancora pensato seriamente ad un rientro definitivo del nostro contingente per evitare ancora lutti in questa guerra senza fine, perchè di questo si tratta.
Domani il feretro di Matteo Miotto verrà trasportato nella Basilica di Santa Maria degli Angeli in piazza della Repubblica, dove si terrà il rito funebre per poi essere trasportato a Thiene, sua città natale. La salma del caporal maggiore verrà sepolta nel cimitero riservato ai caduti in guerra,  come lui aveva chiesto in vita.

Alessandro Ambrosin

direttore responsabile

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