Vatileaks. Paolo Gabriele: “Pensavo che il Papa fosse manipolato”

CITTA’ DEL VATICANO – Dopo la prima udienza di sabato, è ripreso questa mattina in Vaticano il processo a carico dell’ex maggiordomo di Benedetto XVI, Paolo Gabriele, relativo alla fuga di carte riservate dall’appartamento del Pontefice.

Una seduta, quella odierna, particolarmente attesa, in quanto incentrata sull’interrogatorio allo stesso Gabriele, accusato di furto aggravato e ormai unico imputato nel procedimento, dopo lo stralcio della posizione di Claudio Sciarpelletti, tecnico informatico della Segreteria di Stato incriminato per favoreggiamento.

Davanti al collegio giudicante composto dal presidente del tribunale Giuseppe Dalla Torre e dai giudici Paolo Papanti Pelletier e Venerando Marano. l’ex aiutante di camera del Papa, ha dichiarato la sua innocenza rispetto alle accuse mosse nei suoi confronti ma confessa un enorme senso di colpa per aver tradito il Pontefice. “Riguardo al furto aggravato mi dichiaro innocente. Mi sento colpevole per aver tradito la fiducia che aveva riposto in me il Santo Padre, che io sento di amare come un figlio”, ha detto l’imputato ma aggiunge anche “non sono stato solo io nel corso di questi anni a fornire documenti alla stampa”.
In merito a possibili correità, Paolo Gabriele ha negato di aver avuto dei complici. “Non ho avuto complici nel modo più assoluto nell’azione che mi viene contestata” ha dichiarato.

Parole in merito alle quali il presidente del Tribunale Giuseppe Dalla Torre e il promotore di giustizia Nicola Picardi hanno chiesto ulteriori chiarimenti all’imputato che, in un precedente interrogatorio durante l’inchiesta aveva riferito di essere stato suggestionato nelle sue azioni dalle conversazioni avute con alcune persone in Vaticano, come il dottor Mauriello, Luca Catano, il cardinale Angelo Comastri, mons. Francesco Cavina, oggi vescovo di Carpi, il cardinale Paolo Sardi, e la collaboratrice del Papa Ingrid Stampa. “Contesto di accostare suggestione a collaborazione”, ha precisato Gabriele.

Per quanto attiene alla pubblicazione dei documenti da parte del giornalista Gianluigi Nuzzi, Gabriele ha negato di aver ricevuto “soldi o altri benefici”, per sé o per altri, in cambio dei documenti riservati di papa Benedetto XVI. “Questa era la condizione iniziale e essenziale nell’intessere relazione con questa persona che non era intenzionata a darne e io a riceverne. Ho avuto solo effetti distruttivi”, ha dichiarato Gabriele, che ha sottolineato di non aver voluto nemmeno “favorire” altre persone con la pubblicazione del libro “Sua Santità”: “Il libro non è certo stato voluto da me”, ha spiegato.

Dalla seconda udienza del processo è poi emerso il nome di battesimo del confessore a cui l’ex maggiordomo ha consegnato le fotocopie dei documenti riservati  del Papa. ”Quando la situazione è degenerata – ha detto Gabriele nell’udienza – ho capito ancora più fortemente che dovevo consegnarmi alla giustizia, ma non sapevo come”. “Il primo passo – ha aggiunto – è stato spirituale. Sono andato da un confessore a spiegare cosa avevo combinato”.
Quindi Gabriele ha portato al confessore la seconda copia dei documenti fotocopiati. “Il confessore – ha detto poi Gabriele – si chiama padre Giovanni”.
Chiamato a spiegare l’origine e le motivazioni della sua azione, Gabriele ha raccontato che “la fase clou della raccolta dei documenti riservati è cominciata nel 2010”, cioè quando “è emerso il caso di monsignor Carlo Maria Viganò”, chiarendo che la “raccolta di documenti è andata avanti dal 2010/2011: a volte raggruppavo le carte, seguivo il mio istinto”. Sulle motivazioni del suo gesto Gabriele ha detto di aver agito “per lo stato d’animo e lo sconcerto per una situazione diventata insopportabile e diffusa ad ampio raggio in Vaticano”. “Pensavo che il Papa fosse manipolato”, ha poi aggiunto, “a volte, quando sedevamo a tavola, il Papa faceva domande su cose di cui doveva essere informato”.

Nel corso dell’udienza l’ex-maggiordomo papale ha anche denunciato condizioni inumane di carcerazione nei primi 15-20 giorni di detenzione nella Caserma della Gendarmeria Vaticana. “Non potevo neanche aprire le braccia”, ha dichiarato, “la luce è stata tenuta accesa 24 ore al giorno. Non c’era l’interruttore e questo mi ha anche procurato un abbassamento della vista”. Gabriele, rispondendo alle domande del suo avvocato, ha anche denunciato la “pressione psicologica” esercitata su di lui “soprattutto la prima notte” di detenzione: “Mi è stato negato anche il cuscino”. Alla luce delle dichiarazioni di Gabriele, il presidente del Tribunale, Giuseppe dalla Torre, ha chiesto al promotore di giustizia Nicola Picardi di aprire un fascicolo su tali circostanze.
 Immediata la replica del Vaticano. Il portavoce Padre Federico Lombardi, ha voluto precisare che anche la “cella più piccola” in cui è stato trattenuto Gabriele “rispetta gli standard internazionali richiesti da convenzioni a cui il Vaticano aderisce”. Quanto alla luce, “bisogna chiarire in che misura questo avviene in rispetto a standard internazionali” e ad ogni modo, il fascicolo aperto oggi in Vaticano “riguarda anche l’eventualità che siano state fatte accuse non giuste nei confronti dell’autorità giudiziaria”. Il rinvio a giudizio del giudice Picardi, sottolinea, elenca “39 provvedimenti a favore della buona condizione del detenuto in istruttoria, dall’assistenza medica che ha sempre avuto, all’assistenza spirituale, alle visite di parenti e avvocati”. Tuttavia, Lombardi ha ammesso che dalle parole di Gabriele “venga fuori una situazione apparentemente inumana”.

All’udienza di questa mattina, oltre all’imputato Paolo Gabriele, sono stati ascoltati diversi testimoni: don Georg Gaenswein, la memores Cristian Cernetti e i gendarmi Giuseppe Pesce, Gianluca Gauzzi Broccoletti, Costanzo Alessandrini.
Il Segretario di Benedetto XVI, don Georg Gaenswein ha negato di aver mai avuto dei sospetti sul maggiordomo papale. “Quando sono andato con i gendarmi a visionare i documenti sequestrati a Paolo Gabriele, c’erano sia documenti originali che fotocopie, i primi originali che ho visto risalivano all’inizio della presa di servizio di Paolo Gabriele, nel 2006. Ho visto documenti in copia e in originale del 2006, del 2007 e del 2008” ha dichiarato
Il segretario del Papa ha detto di aver dubitato di Paolo Gabriele solo quando ha visto nel libro di Gianluigi Nuzzi “Sua Santità”  tre documenti che aveva solo lui: una lettera a lui indirizzata da Bruno Vespa, una seconda lettera di una banca milanese e un appunto sul caso di Emanuela Orlandi inviatogli via mail dal portavoce vaticano Federico Lombardi.
Il processo continuerà domani con l’ascolto degli altri testimoni mentre le requisitorie finali di accusa e difesa sono rimandate a data da destinarsi.

Mariafrancesca Ricciardulli

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