Senza la Tav siamo un paese isolato e senza futuro? Balle

ROMA – Sapete quanti aeroporti certificati Enac abbiamo in Italia? Ben 49. E quanti sono i passeggeri, senza contare le merci che sono passate per questi scali? Quasi 150 milioni.

Vi sembra che l’Italia si possa definire un paese isolato? A quanto pare no, anche se sollevare dubbi sull’Alta velocità in Val di Susa, provoca repliche davvero originali. Sembra quasi che l’Italia sia precipitata improvvisamente in una sorta di isolamento geografico, abbandonata da tutto e da tutti tra i suoi confini limitati.  Così dice una certa politica favorevole alla Tav, il governo tutto. Insomma senza quest’opera finiremo per essere un paese sganciato dall’Europa e dallo sviluppo. Anche se a quale sviluppo ci si riferisca non è dato a sapere.

E sempre nel nostro paese si è parlato per tanto tempo della famosa “cura del ferro”, la quale avrebbe inevitabilmente incentivato il trasporto eco-sostenibile. Tuttavia, e lo sanno bene i pendolari,  questa ricetta del servizio pubblico – per com’è concepito e per l’assenza di investimenti dove ce ne sarebbe bisogno – non è mai decollata come avrebbe dovuto. Basta prendere la mattina un treno locale per rendersi conto quale sia la disastrosa situazione a cui devono far fronte quotidianamente migliaia di persone.
Insomma ne è passata di acqua sotto i ponti dal 1839, quando fu inaugurata la prima tratta ferroviaria italiana, la Napoli-Portici. Una vera rivoluzione per l’epoca che non ha avuto un seguito così brillante.

Insomma l’Italia ha bisogno di un vero e proprio piano per rilanciare i trasporti? Certo. Peccato che l’unico neo è che questo piano non c’è. Inutile voler lanciare l’Alta velocità se poi nelle nostre piccole province i treni somigliano a quelli di un paese sottosviluppato.
Anche per questo motivo la vicenda in Val di Susa appare così anacronistica ed è solo la punta dell’iceberg di un progetto lanciato anni fa che  se anche decollasse finirebbe per essere identificato come un’opera fallimentare, inutile e soprattutto dannosa per l’ambiente. Pensate solo ai materiali inquinanti e pericolosi, quali uranio e amianto ricavati dagli scavi, nonchè le falde acquifere messe in pericolo dai lavori.

Sì, forse vent’anni si sarebbe fatto, col senno di poi, visto che le nostre conoscenze erano inferiori rispetto ad oggi. Tra l’altro, inutile nasconderlo, il trasporto merci su ferro rimane il tallone d’Achille nella rete ferroviaria italiana, dove anche in epoche non sospette il trasporto su gomma ha fatto da padrone. L’ha ribadito recentemente anche un rapporto stilato dall’Agenzia  per la sicurezza ferroviaria che ha  aggiunto un particolare molto importante sulle gallerie ferroviarie, ovvero che molte di queste non avrebbero neppure un piano di emergenza. Questo la dice lunga sul tunnel previsto in Val di Susa di 7 chilometri e 400 metri, che, tra l’altro a detta degli esperti, avrebbe bisogno di una manutenzione assai costosa anche dopo il suo realizzo.

Aggrapparsi sugli specchi per difendere la Tav nella Val di Susa lascia il tempo che trova, perchè il problema andrebbe affrontato in termini di  sostenibilità ambientale. Il governo continua ad affermare che quest’opera s’ha da fare. Ma c’è da fidarsi? Se i governi fossero affidabili e i suoi esponenti coscienziosi non esisterebbe neppure la questione del surriscaldamento della terra, perchè a Kyoto i maggiori paesi industrializzati avrebbero posto da tempo dei limiti efficaci per evitare ulteriori danni al pianeta. Invece regna il menefreghismo, e ogni anno che passa la subordinazione della politica all’economia esasperata della speculazione, ovvero la legge del denaro, si fa sentire più forte. Scelte le cui conseguenze ricadranno sulla pelle della popolazione mondiale.

In Italia non c’è bisogno di nuove  opere discutibili e dispendiose, bensì dare un senso a quelle esistenti potenziandole, ristrutturandole. Oggi – e anche questo è evidente – c’è una percezione diversa di fronte ai temi ambientali che di fatto incontrano s’intrecciano anche con quelli della mobilità. Si è capito perfettamente che i nostri stili di vita – come gli spostamenti – possono incidere sull’ambiente in cui viviamo in maniera sostanziale. Pensiamo al concetto del chilometro zero che punta a tagliare una serie di passaggi nella filiera dal produttore al consumatore, incentivando l’economia locale. Un modo efficace non solo per calmierare i pressi, ma soprattutto per inquinare meno.
Una pratica che molti territori, specie all’estero, hanno adottato con successo.  Da noi, guarda caso, le cose vanno diversamente. Anzi, vanno indubbiamente peggio. L’Italia è una grande nazione delle apparenze, dove si investe sul nulla. Basta pensare al nostro petrolio che è rappresentato dal patrimonio artistico ereditato nei secoli, testimonianza di una civiltà perduta.  E di questo dobbiamo solo ringraziare quella politica cieca e sorda che preferisce scavare un buco e infilarci la testa. Se la realtà non la vedi è come non esistesse.

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Alessandro Ambrosin

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