Hantavirus in crociera, il mare non basta più a proteggerci

Le nuove epidemie zoonotiche mostrano i limiti della sanità globale nei trasporti marittimi

Il rapporto tra viaggi per mare e malattie è sempre stato molto stretto. Da un lato come luoghi di isolamento sociale e dall’altro come mezzo per spostare uomini e merci da un capo all’altro del pianeta. In ogni caso, le navi hanno rappresentato un potente mezzo di scoperta e colonizzazione di nuovi territori, nonché di espansione dei commerci. Le grandi crociere transoceaniche hanno caratterizzato l’inizio del secolo scorso.

Michel Foucault, nel suo libro Storia della follia nell’età classica, racconta che nel Medioevo i malati di mente venivano affidati ai marinai delle navi per allontanarli dalle città. Un approccio terapeutico basato sulle caratteristiche di incertezza del movimento dell’acqua, che poteva avere un effetto purificatore. In realtà era solo una forma di isolamento sociale per difendersi dai malati.

Le navi sono state il mezzo con cui la peste del Trecento si diffuse in Europa, proprio attraverso imbarcazioni infestate da ratti e pulci infetti da Yersinia pestis.

Nei secoli sulle navi si sono verificate grandi epidemie, per cui le imbarcazioni erano obbligate a non entrare nei porti e ad issare la bandiera che segnalava la presenza di infetti a bordo. La bandiera non era gialla come si pensa, ma a scacchi gialli e neri. Su queste basi, i veneziani nel 1377 aprirono il primo lazzaretto della storia lontano da Venezia, nell’attuale Dubrovnik.

Le condizioni strutturali delle navi, in termini di spazi e logistica, favoriscono l’insorgere e il diffondersi di infezioni, e le rotte marittime internazionali stanno diventando uno dei punti fragili della globalizzazione sanitaria. Il recente focolaio di hantavirus registrato a bordo della nave expedition Hondius non è soltanto un episodio raro o una curiosità epidemiologica. È un segnale preciso. Un avvertimento.

Lo studio pubblicato sulla rivista scientifica Travel Medicine and Infectious Disease e firmato da Alimuddin Zumla, Brian McCloskey, Giuseppe Ippolito, Tieble Traore, Esam I. Azhar e Alfonso J. Rodriguez-Morales porta al centro dell’attenzione internazionale un tema che fino a pochi anni fa sembrava marginale: la vulnerabilità sanitaria delle grandi mobilità globali davanti alle infezioni zoonotiche emergenti.

La lezione della nave Hondius

Undici casi accertati (uno successivamente derubricato per risultato non conclusivo), centinaia di esposti con diversi livelli di rischio e un’indagine epidemiologica internazionale che coinvolge i servizi di sanità pubblica di decine di Paesi. È questo il bilancio del cluster di hantavirus comparso sulla Hondius, nave impegnata in un itinerario tra Sud America, Antartide e Atlantico meridionale.

L’aspetto più inquietante non è soltanto la gravità clinica dell’infezione, ma il fatto che, in un momento come quello attuale, caratterizzato da una crisi di credibilità delle organizzazioni internazionali, emergano grandi difficoltà nell’affrontare eventi di questo tipo, nonostante la disponibilità di protocolli specifici e dettagliati per la gestione di epidemie come norovirus e altre infezioni trasmesse attraverso il cibo o da contatto interumano, come influenza, morbillo, varicella, legionella o COVID-19 a bordo delle navi.

Esistono inoltre protocolli per la gestione degli alimenti, della pulizia e della decontaminazione. Le autorità sanitarie e di pubblica sicurezza hanno anche organizzato grandi esercitazioni per la gestione di focolai sulle navi.

Mai, però, era stato considerato un virus trasmesso da roditori e che raramente può essere trasmesso da persona a persona, come l’Hantavirus Andes.

Uno scenario completamente diverso che riapre il discorso sulla necessità di un approccio globale alle patologie infettive, coinvolgendo esseri umani, animali e ambiente, e definendo modalità di contatto sicure anche tra esseri umani e roditori, come nel caso dell’hantavirus.

La pandemia di COVID-19 avrebbe dovuto insegnarci che salute umana, ambiente e cambiamenti climatici sono ormai strettamente connessi. Eppure continuiamo spesso a ragionare con modelli sanitari del passato.

Gli hantavirus esistono da millenni, anche se sono stati identificati solo cinquant’anni fa. Il turismo estremo cresce, le spedizioni verso aree remote aumentano, le crociere expedition raggiungono territori un tempo quasi inaccessibili. Contemporaneamente il cambiamento climatico modifica habitat, migrazioni animali e densità dei roditori, aumentando le possibilità di spillover, cioè di salto di specie dei patogeni verso l’uomo.

Il mare, dunque, non è più una barriera sanitaria. Al contrario, può diventare un acceleratore di vulnerabilità.

Le navi moderne sono città galleggianti. Migliaia di persone convivono in spazi chiusi, condividono impianti di ventilazione, percorsi comuni, sistemi idrici e logistiche estremamente complesse. In questo scenario, anche un singolo evento infettivo può trasformarsi rapidamente in un problema internazionale.

Lo studio pubblicato su Travel Medicine and Infectious Disease evidenzia inoltre un altro aspetto spesso sottovalutato: l’instabilità geopolitica. Navi bloccate nei porti, ritardi negli approvvigionamenti, tensioni nelle rotte commerciali e difficoltà operative possono aumentare ulteriormente il rischio sanitario globale.

Non è fantascienza epidemiologica. È una realtà già iniziata.

La sfida del modello “One Health”

Il caso Hondius dimostra che non possiamo più affrontare le malattie emergenti separando medicina, veterinaria, ambiente e controllo ecologico. Serve un approccio integrato, il cosiddetto “One Health”, capace di mettere insieme monitoraggio ambientale, sorveglianza epidemiologica e prevenzione sanitaria.

Le future minacce infettive nasceranno sempre più spesso nelle zone di contatto tra uomo, animali e cambiamenti climatici. E i grandi sistemi di mobilità globale — aeroporti, porti, crociere internazionali — diventeranno inevitabilmente i punti nevralgici di questa nuova geografia del rischio.

Non un’anomalia, ma un anticipo del futuro

L’errore più grande sarebbe considerare il focolaio della Hondius come un evento eccezionale e irripetibile. La storia recente ci insegna che le anomalie epidemiologiche di oggi diventano spesso le emergenze strutturali di domani.

Le nuove epidemie non nasceranno necessariamente negli ospedali o nelle metropoli. Potrebbero emergere durante una spedizione turistica in Antartide, in un porto commerciale, in una nave bloccata per giorni in mare aperto o in ecosistemi alterati dal clima.

Ed è proprio per questo che la salute globale, oggi più che mai, deve imparare a navigare in acque completamente nuove.

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