Venerdì, 07 Marzo 2014 15:30

Le donne nel mito. Elena, tra colpa e bellezza

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“Il fatto di rapire le donne è considerato un’ azione da uomini disonesti, tuttavia il fatto di darsi pena di vendicare le donne rapite è un’ azione da folli, mentre è da persone sagge non darsi pensiero delle rapite.” (Storie- Erodoto)

 

ROMA - L’ Elena omerica è presentata come una donna consapevole della sua bellezza, ma che sente questa sua dote come una maledizione. Ella appare come priva di qualsiasi tipo di riscatto nei confronti del destino di cui è vittima. L’ unico suo tentativo, nell’ Iliade, di imporsi su ciò che avviene, nel libro III, è quando, consigliata da Afrodite di raggiungere Paride, ella rifiuta. L’ orgoglio spartano le impedisce di amare un uomo tanto cordardo da dover essere salvato con l’ espediente della nebbia. La sua volontà, però, non è abbastanza forte per poter affrontare un simile avversario, una dea. Quella stessa dea che l’ ha sacrificata. Si china al volere di Afrodite e divide il talamo con Paride, anche se lo accusa per la sua debolezza.

“Sei dunque tornato dalla battaglia: vi fossi caduto,

vinto da quel valoroso che fu il mio primo marito!

E si che ti vantavi in passato, rispetto a Menelao bellicoso, 

d’ essere a lui superiore di forza e di mani e di lancia;

e allora va’, adesso sfida Menelao bellicoso

a battervi di nuovo faccia a faccia; ma io ti consiglio

di lasciar perdere invece, di non fare col biondo Menelao

guerra frontale, di non battagliare con lui da imprudente,

che tu non sia presto abbattuto da lui con la lancia.”

 

[Iliade, libro III, vv 428-436, traduzione di Giovanni Cerri]

Nell’ Odissea, però, Elena appare totalmente mutata. La ritroviamo a Sparta, al fianco di Menelao. Qui, mentre intrattiene Telemaco e gli altri ospiti giunti da fuori, narra le lodi di Odisseo e della sua stessa gioia per la fine prossima di Ilio.

“Gemevano stridulamente le altre Troiane, ma il mio cuore

Gioiva, perchè ormai s’ era rivolto a tornare

a casa; e lamentavo la follia che Afrodite

mi inflisse, quando dalla patria mi condusse laggiù,

dopo aver lasciato mia figlia, la casa nuziale e uno sposo

a nessuno inferiore, per il senno e l’ aspetto.”.

 

[Odissea, libro IV, vv 259-264, traduzione di G. Aurelio Privitera]

Dov’è finito l’ affetto tanto professato al suocero, Priamo, e all’ amato cognato, Ettore?

Ella incolpa Afrodite della sua pazzia, e rinnega ogni legame con la terra, ormai, lontana di Ilio. 

Per parlare del personaggio di Elena non si può prescindere dal di lei mito che, probabilmente, è tanto antico da risalire all’ età arcaica, durante la quale la donna doveva esser venerata come una divinità. Ella è figlia di Zeus, quindi di diritto semidivina, e di Leda, il cui nome ha una forte, e probabilmente non casuale, assonanza con la dea Leto, la quale fu a sua volta amata da Zeus.

Elena, nell’ Iliade, libro II v 161,  non viene presentata da Omero, se non con l’ epiteto “Argiva”, senza spiegare la storia di questa. Dobbiamo quindi dedurre che il mito di Elena fosse a tutti ben conosciuto, e che il suo nome fosse ben noto sin dall’ antichità.

Il mito non è un ornamento poetico, ma un elemento sostanziale per il funzionamento di una società tradizionale, come quella greca. Il mito non è un dogma, ma una memoria collettiva, quindi può cambiare e mutare a seconda delle necessità delle variazioni stilistiche del poeta. 

Così fu anche per il mito di Elena, che venne rielaborato, da Stesicoro, in una palinodia che, proprio come nella tragedia di Euripide, narrava di come la donna, rapita da Paride, non arrivò mai veramente ad Ilio. Ella, salvata da Ermes, fu nascosta in Egitto, ed al suo posto il dio inviò un fantasma dotato di parola, un vuoto miraggio.

A trattare questo personaggio ci fu il drammaturgo Eschilo e lo storico Erodoto, senza però dimenticare il sofista Gorgia, che scrisse l’ “Encomio di Elena”.

Nella tragedia “Agamennone”, secondo l’ uso antico di ricavare un indizio (omen) dal nomen, Eschilo inventa per il nome di Elena un’ etimologia che lo fa derivare dall’ aoristo eilon. La radice del verbo, el, viene dunque usata per tre epiteti: rovina di navi (helénas), rovina d’eroi (hélandros), rovina di città (heléptolis) [Agamennone, Eschilo, vv 689-690, traduzione di R. Cantarella]

Elena, in questa tragedia, è dunque presentata, non solo come casus belli, ma come colei che ha attirato la furia delle Erinni che opprimeranno la casa degli Atridi. Ella ha piena responsabilià, per Eschilo, della guerra e di tutte le sue conseguenze, poichè lasciò Sparta, al fianco di Paride, spontaneamente. 

Erodoto, nelle sue Storie, ci narra del santuario, nella città di Therapne, dedicato ad Elena ed Menelao, ove i corpi dei due sposi riposano, dove questi ricevevano offerte, come fossero dei. Sempre dallo storico ci viene descritto che quando gli emissari Greci richiesero Elena, ed un risarcimento per il rapimento, i Troiani rinfacciarono loro il ratto di Medea, sottolineando così di non poter dar soddisfazione a chi per primo aveva compiuto un atto tanto intollerabile.

Nell’ “Encomio di Elena” Gorgia non vuole salvare Elena sostenendo che essa non fuggi con Paride, come invece fece Stesicoro, bensì vuole dimostrare che la donna fu soggetta a forze più importanti di lei in questo ratto. Elena è vittima, prima di una dea, Afrodite, che baratta il suo amore per uscire vincitrice da una disputa; poi di un uomo, Paride, che con parole melliflue la convince ad abbandonare la sua patria, il suo sposo e la stessa figlia. Quindi Alessandro Paride è doppiamento colpevole, poichè ha dovuto abbattere le difese della donna, all’ inizio reticente a seguirlo, prima di poterla rapire. I seduttori, secondo Lisia, sono infatti capaci di corrompere l’ animo delle donne, a tal punto, da farle legare più a loro che agli stessi mariti di queste. Elena è quindi, per Gorgia, totalmente succube di una volontà altra dalla sua. Egli tenta di riscattare il nome della donna attraverso il logos, la parola, per portare alla luce le realtà che Elena visse.

Elena è un personaggio ambiguo, sfuggente. Nell’ Iliade è fedele all’ amore di Paride, tanto da abbandonare ogni cosa per lui; nell’ Odissea, invece, aiuta Odisseo e gode nel sapere che la fine di Ilio si appresta e che sarà libera di tornare nella sua amata patria.

Questo essere doppio, per Freud, è una disintegrazione della realtà, un annullamento dell’ Io.

Forse, però, la definizione migliore, per il personaggio di Elena, è racchiusa nel concetto fondamentale dell’ “Ombra” di Jung, e cioè “una totalità che è conscia ed incoscia nello stesso tempo.”.

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