Mercoledì, 09 Marzo 2016 12:46

L’intervista. Giuseppe Culicchia: “Sui social la stupidità ha più chance …”

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“Mi sono perso in un luogo comune” di Giuseppe Culicchia, Einaudi 2016, è nella top ten di Amazon tra i saggi più venduti

TORINO -  “Mi sono perso in un luogo comune” è la ventiduesima opera dello scrittore torinese Giuseppe Culicchia. Il  libro, leggero, divertente, a volte melanconico, registra e immortala le frasi che fanno tendenza,  identikit della nostra civiltà, partorite da ignoranza, omologazione, cattiveria ma anche bonomia. Insomma una piccola enciclopedia del nostro ”stupidario” della quale l’autore, in questa intervista a Dazebao,   illustra la genesi e il senso.

Come è nata l’idea di scrivere “Mi sono perso in un luogo comune?

L’idea è nata dal mio amore per il Dizionario dei luoghi comuni di Flaubert, un libro che ho scoperto una trentina di anni fa e che da allora ho letto e riletto tantissime volte.  Tra quelle pagine, divertentissime, c’era la stupidità del  suo tempo: non tutta, perché purtroppo Flaubert morì prima di realizzare il suo sogno, ovvero scrivere un libro sulla stupidità così completo da impedire a chiunque di aprire nuovamente bocca dopo che lo avesse letto. Per anni ho accarezzato il progetto di scrivere un libro sulla nostra stupidità, a cominciare dalla mia. Ma un tale precedente mi intimoriva. Ora comunque finalmente l’ho fatto.

La tua ricerca registra “l’aria del tempo”,  di chi e di  che cosa ti sei servito per svolgerla?

Non ho fatto altro che  quello che dovrebbe sempre fare chi scrive prima di mettersi a scrivere: ho ascoltato e osservato, annotandomi le sciocchezze che leggevo sui giornali o sui social, quelle che ascoltavo alla radio o in televisione, quelle in cui m’imbattevo sui mezzi pubblici o in ascensore, quelle che mi sfuggivano di bocca, cercando di fare una sorta di elenco ragionato dei tic e delle ossessioni del nostro tempo. 

Alcuni termini sono emblematici. Ad esempio alla parola LUSSO scrivi: “Lo è leggere …” 

Sì, specie in un Paese dove la lettura è come sappiamo un privilegio di pochi.  Il tempo che  dedichiamo alla lettura è un tempo che dedichiamo a noi stessi, e in cui allarghiamo il mondo intorno a noi, incontrando nuove voci, nuove storie. Leggere significa collaborare con l’autore per mezzo della nostra immaginazione: siamo noi a dare nuova vita ai personaggi dei libri che incontriamo sulla nostra strada. Insomma: leggere è, mi si passi il luogo comune giovanilista, una grandissima figata.  

Alla voce ADDOMINALI trovo: “Ciò che conta in un uomo oltre alla carta di credito…”.  Tra gli attributi maschili quanto conta la cultura?

Oggi come oggi non molto, direi, a cominciare dalla scomparsa del congiuntivo nelle conversazioni di parte della classe politico e/o dirigente. 

“DONNE. In quanto tali far notare che si è multitasking”.  Non poche sono tornate single,  l’autonomia femminile ha complicato i rapporti?

Temo di sì:  l’uomo non è mediamente abbastanza attrezzato per far fronte a certe cose, senza contare che da sempre sono le bambine/ragazze/donne a maturare più rapidamente. Non a caso nei negozi di modellismo si trovano solo maschietti.

“DILAGANTI” …  “ sono l’ignoranza, la maleducazione, la stupidità”. Cosa è cambiato dai tempi di Flaubert? 

In realtà non molto, credo. Non è che oggi siamo più stupidi o più maleducati, è che grazie alla tecnologia e dunque ai social la nostra stupidità e la nostra maleducazione hanno maggiori possibilità di farsi conoscere. Un tempo ci si prendeva a male parole col vicino di casa o con l’automobilista che ci aveva fregato il parcheggio va da sé agognato, oggi postiamo tutto du FaceBook oppure lo twittiamo dimenticandoci che prima di aprire bocca dovremmo sempre contare almeno fino a dieci, se non a cento.

“PACCHIA. La si evoca solo per decretarne l’estinzione…”

Eh sì: specie in un Paese dove per molto tempo si è vissuto al di sopra delle proprie possibilità.

 “PARTNER. Quello ideale si trova facilmente su internet fra tre miliardi di single”.  Ai tempi del   virtuale   siamo più soli?

No, la solitudine è parte della condizione umana da quando vivevamo nelle caverne, da questo punto di vista non è cambiato nulla. Solo che di nuovo la tecnologia amplifica tutto, per cui ci sentiamo ancora più soli per il semplice fatto che in teoria potremmo comunicare con chiunque, dovunque si trovi, 24 ore su 24.

Accanto a “Eccellenza” hai aggiunto “Sempre italiana” ….   in cosa siamo speciali?

I luoghi comuni a proposito si sprecano, a cominciare dalla moda, dalla cucina, dall’arte di arrangiarsi.  Però resta sempre attuale Flaiano: l’Italia è il Paese in cui sono accampati gli Italiani. E anche: in Italia i fascisti si dividono in due categorie, i fascisti e gli anti-fascisti. Per finire con: prendete il Polo Nord, è abbastanza serio, preso in sé; aggiungete un italiano, e diventa subito comico.

“QUALUNQUE. L’uomo” .  Il tuo libro ne è una affettuosa caricatura:  ti sei divertito a  raffigurarlo?

Moltissimo.

Bruna Alasia

Giornalista e scrittrice

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