Giovedì, 27 Febbraio 2014 21:32

6. PAZ (prima parte)

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Era l'una del pomeriggio, nessun rumore per casa; Orazio si svegliò e cominciò a pensare a come avrebbe potuto muoversi quei primi giorni, in quanto sarebbe stato ospite di Guille fino a quando non avesse trovato una stanza. “Hola Guille!, come va?”, “Bene Marco, sei pronto per un bel giro per Santiago?

Devo andare a svolgere una pratica per l’università ma se poi ti va andiamo a fare un giro assieme!?” gli disse Guille in tono amichevole. Orazio non esitò a rispondere di si e si preparò in fretta per uscire. Quanta gente affollava le vie della città, per la maggior parte studenti. Orazio cominciò subito a dare un’occhiata agli annunci per trovare una stanza il più presto possibile; non voleva approfittare dell’ospitalità dell’amico, che comunque gli aveva detto più volte di stare tranquillo e di non preoccuparsi. “È l’ora della tapas Marco!”- disse Guille. Praticamente era l’aperitivo solo che con una birra portavano anche da mangiare in quantità alle quali Orazio non era abituato. Tutto andava a meraviglia, e sembrava che sarebbe sempre andata meglio, sensazione che da un po’ di anni Campanin non aveva più provato. I primi giorni passarono così, alla ricerca di una stanza e di un lavoro che però non arrivavano, ma in compenso stava imparando una nuova lingua e conoscendo nuove persone, che simpatiche o antipatiche che fossero per Orazio andavano bene lo stesso, non ce la faceva più a vivere chiuso in se stesso. La chitarra, quanti anni che non la suonava! L’ultima volta era infatti stata proprio là. Ora Campanin suonava quasi ogni giorno, leggeva molto, e usciva di festa almeno tre volte alla settimana, ritornando a casa in un orario che andava dalle sei del mattino alle sette. Stava recuperando tutti gli anni persi. Come si sentiva felice. Alcune volte però la forte irritazione al culo che aveva preso stando seduto sulla bicicletta tutta l’estate a causa di quel lavoro di merda nel campeggio a Venezia, gli faceva ricordare che doveva trovarsi qualcosa per mantenersi perché sennò sarebbe dovuto ritornare in Italia. 

Certe volte ad Orazio piaceva starsene nel suo spazio, in una stanza, in un parco, insomma in un posto dove potesse stare tranquillo e pensare alla tristezza che avvolge tutte le cose, ma nello stesso tempo pensare a quegli attimi di felicità che ogni tanto lo avvolgevano. 

Meditava che la felicità quando arrivava stava anche già per andarsene e che quindi quei momenti dovevano essere goduti al massimo, senza pensare alle preoccupazioni che sicuramente in seguito sarebbero arrivate. Vivere ogni giorno intensamente tutte quelle belle cose che potevano succedere in una giornata dettata dal puro caso. Quante persone avrebbero pagato per questo. Per avere un po’ di tempo libero e fare quello che desideravano. Orazio lo poteva fare tutti i giorni. Iniziava la sua giornata andando a bere un caffè al bar per leggere qualche giornale e vedere se incontrava qualche annuncio interessante, ma niente da fare. Un giorno va con un amico di Guille a bere qualcosa in uno dei tanti bar di Santiago e lì i due incontrano delle sue amiche. La serata si trasforma in nottata, sempre più intensa; Orazio una volta tornato a casa guarda l’ora; il telefono segnava le sei e mezza del mattino. “Che serata stupenda” pensava, “o tutto o niente….”. La vita era fatta così. Si perché quella notte gli successe una cosa inaspettata. 

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