Martedì, 24 Maggio 2011 11:24

Pirateria somala: quelli della Savina Caylin

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ROMA - Da giorni, ‘quelli’ della Savina Caylin stanno cercando di scuotere le coscienze dei loro connazionali e del loro governo. I 5 marittimi italiani prigionieri in Somalia stanno lanciando appelli affinchè si faccia qualcosa per riportarli sani e salvi in patria. Sono 5 lavoratori del mare italiani parte dei membri dell’equipaggio della petroliera italiana catturata nell’Oceano Indiano dai pirati somali lo scorso 8 febbraio, con loro prigionieri anche 17 indiani.

Quella in corso è di fatto una vera e propria ‘offensiva’ contro il silenzio assordante che ha avvolto la vicenda. Una vicenda legata al fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia che li vede, loro malgrado protagonisti.  Ovviamente la regia è a cura dei pirati somali che in questo modo cercano anche di far attivare gli opportuni canali che dovrebbero portare ad una rapida e indolore conclusione della vicenda. Però, a parte questo, quello che risalta è la tristezza e il dramma che viene fuori dagli appelli dei marittimi italiani. E’ risaputo quando un sequestro dura molto e le trattative stentano a decollare o ancor peggio non partono, tutto si ripercuote negativamente sugli ostaggi nelle mani dei predoni del mare, psicologicamente e fisicamente. Lo sanno bene i marittimi italiani del rimorchiatore ‘Buccaneer’ tornati a casa dopo aver vissuto dal 11 aprile 2009 al 9 agosto dello stesso anno una lunga prigionia in mano ai pirati somali.

 

E’ ormai chiaro che ad ultimatum scaduto, con cui i pirati somali chiedevano alla compagnia marittima proprietaria della Savina Caylin, la F’lli D’Amato, di aprire delle trattative mai iniziate e il pagamento di un riscatto per il rilascio di nave e equipaggio,  la situazione precipita.  Lo si capisce dalle parole con cui si esprimono i marittimi italiani prigionieri in Somalia. In questi giorni, dopo aver pubblicato la notizia della richiesta del riscatto, dalle sue pagine web il mensile Liberoreporter ha pubblica anche un fax in cui gli ostaggi italiani dei pirati somali scrivono che:”… Sono trascorsi ormai 3 mesi e mezzo di stenti e sofferenze durante i quali la nostra compagnia di navigazione non è riuscita a risolvere il negoziato affermando a noi e alle nostre famiglie che la trattativa era in corso per il nostro rilascio e che tutto era sotto controllo. Invece l’amara realtà è che i negoziato è bloccato da più di due mesi, quindi il gruppo dei pirati per porre ulteriore pressione ha trasferito 3 nostri connazionali, ….a terra con evidente e ulteriore pericolo per la loro vita. Inoltre sono aumentate ulteriormente le minacce, le restrizioni e le pressioni psicologiche sul restante equipaggio rimasto a bordo, cosicché temiamo per la nostra vita perché più passa il tempo e più i pirati si innervosiscono nei nostri confronti…”. “…Vi preghiamo di non abbandonarci al nostro amaro destino, fatelo soprattutto per le nostre famiglie che stanno soffrendo a casa.  Possa qualcuno di buona volontà aiutare la nostra società che essendo una piccola azienda ha le sue evidenti difficoltà finanziarie a pagare il riscatto. Ci rimettiamo al vostro buon cuore e allo spirito di fratellanza di voi fratelli e sorelle italiani.”. Il fax è firmato dal comandante, Giuseppe Lubrano Lavadera, e dal direttore di macchina, Antonio Verrecchia, gli unici due italiani rimasti a bordo della petroliera italiana. Il primo ufficiale di coperta Eugenio Bon, l’allievo di coperta, Gianmaria Cesaro e il terzo ufficiale di coperta, Crescenzo Guardascione sono stati sbarcati e trasferiti in un luogo sconosciuto nell’entroterra somalo. Con molta probabilità nelle alture che contornano la costa somala prima del deserto. Area inaccessibile e pericolosissima per la presenza di bande armate e miliziani islamici.

 

Il gesto è stato la diretta conseguenza del fatto che l'ultimatum lanciato dai pirati, che chiedevano un contatto entro 24 ore con la compagnia proprietaria della nave italiana, è scaduto senza un nulla di fatto. Nonostante tutto però, in Italia c’è ancora chi, come il sindaco di Procida (NA), Vincenzo Capezzuto, continuano a dire che la situazione è sotto controllo e nessuno degli ostaggi corre pericoli di vita. Addirittura il primo cittadino del’Isola del Golfo di Napoli, da dove provengono due dei marittimi della Savina Caylin, ha dichiarato di aver ricevuto dalla Farnesina assicurazioni e in base alle quale nessuno dei marittimi sarebbe stato fatto sbarcare dalla nave. Una negazione dell’evidenza che lascia increduli anche perché appena 24 ore prima lo stesso Capezzone in un’intervista aveva dichiarato: ".... e credo che il governo debba prendere in mano la trattativa, ma è impensabile qualunque blitz, anche perchè parte dell'equipaggio sarà certamente stato sbarcato e si rischierebbe solo di mettere a repentaglio delle vite umane”. Uno strano dietro fornt forse dettato dalla necessità di avere prudenza o forse da altro. Viene da sorridere quando si legge che la Farnesina ha comunicato che nessuno è sceso dalla nave. Una sicurezza, o presunta tale, ostentata dal ministero degli esteri italiano dettata dal fatto che la Savina Caylyn è monitorata continuamente via satellite. Satelliti, che per il ministero, non hanno registrato barche o barchine che le si siano avvicinati per il trasbordo dei marittimi. Qui scatta un sorriso. Devono essere satelliti distratti in quanto da e per la nave vi è un movimento continuo di barche.

 

Si tratta di barche adoperate dai pirati somali per darsi il cambio nei turni di guardia ai loro prigionieri o per approvvigionarsi di liquori e di khat. I pirati somali sono infatti, molto dediti al consumo di grandi quantità di khat, che sono delle foglie euforizzanti che masticano di continuo, e al consumo smodato di alcoolici. Un modo, per loro, per combattere l’inedia. Tutto questo però crea, insieme ad una promiscuità forzata, una miscela esplosiva. Di cui ne fanno le spese soprattutto gli ostaggi. A volte, hanno raccontato ancora i marittimi italiani, sequestrati dai pirati somali nel 2009, tutto questo conduce anche a situazioni esasperanti. Spesso tra gli stessi somali scoppiano risse e questi sono facili a ricorrere all’uso delle armi e in particolare dei coltelli. Un fatto che trasforma, insieme a tante altri aspetti, la prigionia dei marittimi catturati in un vero inferno. Per cui meno dura il sequestro e meglio è per gli ostaggi! Nel frattempo, non bisogna dimenticarsi che in mano ai pirati somali sono trattenuti in ostaggio anche altri marittimi italiani. Si tratta dei sei marittimi della motonave ‘Rosalia D’Amato’ catturata nell’Oceano Indiano lo scorso 21 aprile e di cui si parla poco, ma che ricalca la stessa situazione della ‘Savina Caylin’. Le due navi, per una triste coincidenza, sono di proprietà della stessa società armatrice, la Flli Amato di Napoli.
Ferdinando Pelliccia

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