Sabato, 20 Luglio 2013 17:51

Alfano non poteva non sapere. Un mare di bugie

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La verità sta emergendo. Con grande fatica e sempre più il “caso Kazakhstan” appare  quello che è in realtà, una vergogna nazionale.

Il dibattito  al Senato , per quanto possibile, rende ancor più grave ciò che è avvenuto. Perché  si è presa per buona, oro colato, la relazione presentata dal capo della polizia, Alessandro Pansa, dal tono di un freddo mattinale di questura in  cui dava conto della cattura, mancata, di un pericoloso criminale.  Perché negli allegati alla relazione, consegnati al Parlamento, emergevano elementi che “chiarivano” alcuni aspetti  di fondo ignorati, chissà perché, nella relazione stessa. Emergevano due verità e non una sola. Angelino Alfano, così come dice di non essere mai stato informato di quanto stava avvenendo, evidentemente ha mancato la lettura degli allegati. Enrico Letta ha preso per buona la dichiarazione di Alfano. Forse nessuno gli ha segnalato la presenza di documenti allegati alla relazione. Singolare davvero che anche negli interventi dei senatori , nelle dichiarazioni rilasciate da autorevoli esponenti politici non compaiono elementari verità che emergono dal carteggio fra  le autorità kazake, una  ricca corrispondenza,  con quelle italiane. Non solo. Gli strenui berlusconiani difensori di Alfano, sempre e comunque, magari a settembre, quando nasce Forza Italia, lo affondano, attaccavano quei giornali che mettevano in luce i buchi della relazione di Pansa e  ponevano con forza il problema delle dimissioni del ministro. Ancora una volta sono alcuni quotidiani a riportare in luce le verità nascoste.

Le verità nei documenti allegati alla relazione Pansa

In realtà  i buchi della relazione alla luce dei documenti allegati si riducono notevolmente. Una seconda osservazione riguarda proprio i cotenuti del dibattito al  Senato. Si è nettamente sottovalutata la vera natura di questa operazione, la violazione dei diritti umani, sociali, la violenza esercitata nei confronti di una donna, una madre e della sua bambina. Di fatti si è  messa sotto accusa  Alma Shalabayeva perché non avrebbe detto chi era, il passaporto falso, nessuno poteva sapere che era la moglie di un rifugiato. La violenza nei confronti di una bambina di sei anni che si vede separata dalla madre. L'umanità è sembrata fuggire dall’aula di Palazzo Madama. Si può solo dire che quei funzionari non sapevano quello che facevano o che nessuno gli ha mai parlato di diritti delle persone, di minori in particolare. Hanno imbarcatoi Alma e la figlia come fossero pacchi postali. I senatori, strenui difensori di Alfano e lo chiediamo anche al presidente letta si sono chiesti quale poteva essere la reazione di una donna che veda la sua abitazione invasa dai una quarantina di poliziotti alla ricerca di un ”pericoloso criminale”. Che doveva dire che suo marito era un  dissidente, oppositore del governo del dittatore  kazako? Lei aveva ben compreso che i “mandanti “ veri della spedizione punitiva erano l e autorità di Astana.  Si sono inventati che i suoi passaporti erano falsi e l’hanno messa sull’aereo  di una società austriaca affittato dal governo kasako.

Le autorità di Astana chiedono che Alma venga “deportata”

Le autorità italiane, a partire dal capo di gabinetto non poteva ignorare il carteggio ora allegato alla relazione. In quelle pagine i kazaki dicono chi  sia Alma, indicano i numeri di due passaporti di cui era in possesso e chiedono che venga “deportata”. Alfano non poteva non sapere. L’ambasciatore Andrian Yeklemessov ha parcheggiato per due giorni negli uffici del capo di gabinetto di Alfano. La mattina del 28 maggio arriva un messaggio proveniente  da Astana. Alle ore 12, 26 viene “lavorato, tradotto dall’inglese. Alle 16,57 viene trasmesso alla questura di Roma. La polizia italiana, il capo di gabinetto dell’Interno, Alfano, potevano sapere che non c’era solo la cattura del “pericoloso criminale” da eseguire, ma anche quella della moglie. Si dice che avendo avuto l’operazione “ un esito negativo”  la questione si era chiusa lì. Una bugia: era ben noto che l’operazione del “commando” kazako insediato nelle stanze del Viminale e della squadra mobile della questura riguardava anche la moglie e la bambina. Per giorni e giorni si è nascosta la verità. Con i funzionari e i dirigenti ad andarsene deve essere anche Alfano. Ora, non a settembre, in un  molto chiacchierato rimpasto di governo.

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