Venerdì, 11 Novembre 2016 08:18

Cognome figli. Anche per la madre un ruolo pubblico e identitario

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Le vicende personali di una donna legate all’attribuzione del cognome  sono il tema che ha interessato una delle più gradite scrittrici contemporanee. Lisa ,che pensa di aver perduto la propria identità dopo essersi sposata, è un personaggio chiave del secondo volume, Storia del nuovo cognome, della fortunata saga narrativa di Elena Ferrante. Una intuizione tutt’altro che banale e che indaga in profondità quanto il valore di una parola incida nella costruzione identitaria di ciascuno di noi. 

Ecco perché la sentenza della Consulta, che riconosce la possibiltà ad  una coppia di coniugi di attribuire il doppio cognome, materno e paterno, ai figli laddove vi sia accordo tra i genitori, è stata attesa con impazienza e con un incredibile interesse. Del resto è evidente che il cognome trasmetta la storia delle famiglie: era corretto che, essendo i figli l’incrocio tra due storie, anche profondamente diverse da quando non ci sono più i matrimoni combinati -o sono sempre di meno-, emergesse l’esigenza della madre di mettere in evidenza anche il proprio ruolo pubblico.

 Un ruolo che non è più solo e soltanto quello di generatrice di umanità, ma anche di professionista capace di trasmettere uno status ai propri figli indipendentemente da quello del padre. Il diritto di famiglia è sempre il portato del tessuto sociale e culturale di una comunità: ne fotografa, a volte per un tempo troppo lungo  che restituisce un’immagine stantia e inattendibile, le tradizioni, le inclinazioni e le fondamenta culturali. Pertanto prevedere un’attribuzione automatica, senza mediazioni, del cognome paterno ai figli risponde ad una suddivisione dei compiti all’interno della famiglia tra due funzioni complementari e non sovrapponibili: per la madre solo la funzione di educatrice, da espletarsi tutto  dentro la famiglia e, cioè, in una sfera completamente privata in cui il tema delle etichette diventa superfluo ed irrilevante. In questa ottica, infatti, chi assume l’onere di gestire il passaggio tra il dentro ed il fuori delle mura domestiche e dare dignità ai figli è esclusivamente quell’uomo che non solo dà il cognome ai nuovi nati, ma  lo estende anche alla moglie. La famiglia, sui citofoni e nei salotti, porta tutta il cognome del Pater la cui prevalenza nelle funzioni sociali della più affascinante  “società naturale”, come la chiama la Costituzione, è tuttora evidente non solo perché il cognome dei figli è quello del padre per automatismo, ma anche perché l’art. 143-bis del codice civile prevede tuttora che la moglie aggiunga al proprio, il cognome del marito. Si tratta già di un’evoluzione alla precedente previsione la quale stabiliva addirittura una sostituzione al proprio cognome e quindi il rifiuto e l’annientamento della propria storia personale della donna ad a vantaggio di quella maschile.  Il fatto poi, che questa disposizione sia disattesa nella maggior parte dei casi per cui le donne coniugate non sono  obbligate ad usare il nome del marito è segno dei tempi che cambiano, e che riconoscono alla donna una sua autonomia, anche indipendente, da quella del marito. 

La recente decisione della Consulta di consentire alla coppia di scegliere il nome da dare ai propri figli è certamente il modo per affermare anche il ruolo pubblico della madre che, con il padre non solo condivide la funzione educativa e tutta privata della cura dei figli, ma che è in grado di determinare la costruzione di una immagine sociale che -anche e si spera non solo attraverso il cognome- i figli sapranno costruirsi nella società. Toccherà adesso al Legislatore prevedere le modalità attraverso le quali si attuerà questo passaggio culturale trasformando in norma imperativa un nuovo modo di essere della donna. 

Infine, per chi ha a cuore il supremo interesse del minore, sarebbe bello che questa non fosse considerata solo una conquista femminista, ma che la si leggesse come una strada per riconoscere una piena soggettività giuridica dei minori la cui autonoma costruzione identitaria  è considerata in  questa sentenza come un  punto verso il quale fare convergere ogni normativa che li riguarda.

Andrea R. Catizone

Avvocato e giurista. Ha acquisito una significativa esperienza nell'ambito del Diritto Penale e del Diritto di Famiglia. Nella Facoltà di Giurisprudenza, Terza Università di Roma, è docente per la Scuola Forense, nelle materie di Diritto di Famiglia. È membro del Comitato Media e Minori presso il Ministero per lo Sviluppo. Dirige l'Osservatorio Eurispes sulle Famiglie.

www.familysmile.it

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