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Rugby. Modi per raccontarlo e l’antisportività di un commentatore tv

ROMA – Il rugby è un bellissimo sport. A torto o ragione da sempre professa in giro valori di realtà e sportività. Si tratta di una commistione di regole scritte e di atteggiamenti che ormai sono tipici di questo mondo.

Ad esempio se l’avversario vince è sicuramente più bravo, più fortunato, o più forte di te, almeno nel corso degli ottanta minuti. Se l’arbitro sbaglia una chiamata sarà compito del capitano, il solo che ha facoltà di parola in campo, chiedere delucidazioni. Finita la partita ci si stringe la mano e anche se è volato qualche cazzotto il nervosismo svanisce al fischio dell’arbitro. Non esiste dietrologia, non esistono complotti, non esistono processi del lunedì. Il rugby è un bellissimo sport perché nessuno tra i suoi appassionati e praticanti fa proseguire ad una sconfitta delle sciocche recriminazioni. O almeno così dovrebbe essere fin quando non ci si sintonizza su Dahlia Sport.

Il compito di raccontare il rugby, oltre alle immagini eloquenti e alle fotografie emozionanti, tocca ai cronisti. Sia che si tratti di carta stampata, che di quotidiani online o meglio ancora di collegamenti televisivi, si richiede ai narratori, oltre alla competenza tecnica, un minimo di savoir faire. Non è facile spiegare un fischio contrario ad un paese di aspiranti calciatori.

La piattaforma satellitare Sky per ovviare al problema si è affidata nelle sapenti mani di alcuni tra i più preparati commentatori. Su tutti spicca il duo Antonio Raimondi e Vittorio Munari che unisce ad una conoscenza quasi enciclopedica sulle regole del gioco e sugli uomini che scendono in campo, delle venature goliardiche che rendono più piacevole assistere ad una telecronaca. Costoro si trovano spesso a spiegare decisioni arbitrali controverse e lo fanno approcciandosi in maniera dignitosa. Dicono: “Forse l’arbitro ha sbagliato” oppure “Io quel fallo lo avrei fischiato o meno”, insomma è impossibile sentirli gridare allo scandalo. Tutt’altre maniere per il commentare di Dahlia sport Giacomo Mazzocchi che sembra aver fatto dell’antisportività il suo faro.

Lo scorso sabato sera gli Aironi hanno giocato una partita di Magners League contro i Newport Dragons. L’attesa per il match era fortissima e dentro gli spogliatoi si respirava un’aria tesissima. A contendersi la vittoria erano i penultimi (gallesi) contro gli ultimi (italiani). Arbitro dell’incontro è stato il giovane  Andrew McMenemy. Gli Aironi sono stati protagonisti di una pessima prestazione, perdendo in malo modo sia la partita (36-5) che la testa (3 gialli e un bruttissimo e sciocco rosso). Basterebbe questo per descrivere una serata plumbea per il rugby italiano. Invece no, perché a rendere un malo servizio a questo sport ci pensa il telecronista di cui sopra.

Una bruttissima pagina di antisportività con insulti agli avversari, storpiature del nome dell’arbitro (che da McMenemy finisce per trasformarsi in un romanesco Momemeni) e accuse al guardalinee che sta lì per fare il suo lavoro, ovvero aiutare l’arbitro. Capita che in più occasioni il segnalinee richiami l’attenzione dell’arbitro per segnalare delle scorrettezze. Per due volte i rei sono dei giocatori italiani che si ‘guadagnano’ un giallo a testa. Come avrà commentato Mazzocchi? Nel peggiore dei modi: “Ecco lo spione.. E’ arrivata la spia”, riferendosi all’assistente arbitrale. Roba che non si sentiva dai tempi delle elementari. Ma la sua serata continua vedendo complotti dappertutto ai danni della squadra italiana (che per inciso non fa nulla per tutta la partita). Facendo un pistolotto sul ruolo decisivo che hanno gli arbitri nell’economia della partita “Non è possibile che un arbitro dia per tre volte un giallo agli italiani e poi non lo da ai gallesi”. Criticando i giocatori degli Aironi “Laharrague dovrebbe tornarsene in Francia, non è un giocatore di rugby… farei meglio io..”. Insomma confondendo il gioco del rugby con altri ambienti.

Il rugby, dicevamo, ha bisogno di qualcuno che lo racconti e lo faccia in maniera corretta. Dire robe del tipo “l’arbitro è anti italiano? Come succede spesso…” significa tradire lo spirito di questo sport. Di questo passo non mancherà molto prima che si mandi in onda un “processo biscardiano”, ovvero quanto di più lontano ci sia dall’idea di rugby.

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