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ROMA – Mentre il caso Rubygate, il nuovo scandalo a luci rosse che vedrebbe coinvolto il premier Berlusconi, domina incontrastato sui media nazionali e internazionali, il tragico destino di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana condannata a morte per adulterio e complicità nell’omicidio del marito, rischia di compiersi nell’ombra.

L’esecuzione sarebbe stata fissata per domani, secondo quanto annunciato dal Comitato internazionale contro la lapidazione che, per riaccendere i riflettori sulla triste vicenda, ha organizzato un evento di protesta alle 14 ora locale, le 15 in Italia, davanti all’ambasciata iraniana a Parigi e una marcia dinanzi alla sede del Parlamento europeo, a Bruxelles.

Sconcerto e ansia nelle parole del ministro per le Politiche Europee Andrea Ronchi, secondo il quale “la deriva del regime iraniano e’ sotto gli occhi di tutti. Si susseguono le violazioni dei diritti umani ai danni dei dissidenti politici, delle donne e degli omosessuali, spesso arrestati senza alcuna tutela legale. Il caso di Sakineh, in questo contesto – ha aggiunto – ha assunto una valenza simbolica importante, toccando la sensibilità della comunità internazionale. Mi auguro che il regime di Teheran percepisca l’indignazione che questa sentenza inaccettabile provocherebbe in Europa ed eviti di rendersi partecipe di un atto così brutale”.

Sakineh, attualmente rinchiusa nel braccio della morte della prigione di Tabriz, è stata condannata cinque anni fa per adulterio e concorso nell’omicidio del marito. Nel 2006 la prima punizione: 99 frustrate per aver avuto rapporti “illeciti” con due uomini, seguita poco dopo dalla sentenza di condanna a morte per lapidazione. Da allora una campagna di mobilitazione di respiro internazionale ha posto l’accento sui metodi a dir poco discutibili della giustizia iraniana, favorendo un moto di pressione per la sua liberazione. Il regime di Teheran, tuttavia, non ha gradito quella che lo stesso Ahmadinejad ha definito un’ingerenza europea in questioni interne. L’unico effetto sortito è stato quello di rallentare l’iter processuale, arrivando a congelare l’esecuzione tramite lapidazione, poi convertita in impiccagione. Al di là della forma, dunque, la sostanza resta. A nulla sono valsi i ripetuti appelli, soprattutto da parte di Francia e Italia, per la liberazione della donna né la proposta di asilo politico in Brasile offerta dall’ex presidente Lula. Il conto alla rovescia sembra già iniziato e, salvo miracoli dell’ultima ora, l’ipotesi peggiore che grava sulla testa di Sakineh sembra proprio stia per compiersi.

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