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WASHINGTON – I pronostici davano per certa una clamorosa debacle, ma alla fine la notte più lunga del presidente Obama si è conclusa con una sconfitta a metà, che sa quasi di vittoria.

Il bicchiere è dunque mezzo pieno e non potrebbe essere altrimenti: i repubblicani, sospinti dal vento di cambiamento dei Tea Party, conquistano la Camera, ma i democratici mantengono il Senato e 27 governatori. Un successo storico, considerando che le elezioni di midterm rappresentano, da sempre, una prevedibile battuta d’arresto dopo i primi due anni di mandato presidenziale. Un intoppo più fisiologico che patologico, dunque, secondo quanto sostenuto dai maggiori analisti politici nazionali e internazionali. E per certi versi quasi inevitabile: la crisi economica e l’elevato tasso di disoccupazione hanno creato un clima generale di sfiducia, acuito da una riforma sanitaria che, presentata come l’evento rivoluzionario del secolo, ha finito per sottostare a numerosi compromessi, che in parte ne hanno inficiato l’originaria spinta innovativa. Troppo di sinistra per i repubblicani e troppo accondiscendente per i democratici: l’Obama del cambiamento è stato sostituito, nell’immaginario collettivo di molti americani, dall’Obama della mediazione. E secondo le prime indicazioni a sentirsi traditi dalla sua politica sono stati soprattutto i bianchi, gli anziani, gli indipendenti e gran parte della classe media, proprio coloro che due anni fa avevano sancito il suo trionfo e la cui rabbia, ora, alimenta il soffio di protesta fiscale dei Tea Party di Denninger. Fatto sta che il risultato è comunque positivo, visto che nemmeno l’amato Reagan, il popolare Clinton e il discusso Bush jr erano riusciti nell’impresa di impedire il tracollo di metà termine, pur essendo stati in seguito rieletti.

Obama intanto si prepara per il discorso da tenere alla Nazione, mentre cambiano gli equilibri di potere almeno all’interno della Camera, dove la speaker Nancy Pelosi sarà sostituita dal repubblicano John Boenher. Troppo presto per sapere in che direzione andrà questa nuova relazione bilaterale, anche se il presidente si augura di “trovare campo d’azione comune, andare avanti nel lavoro e realizzare quello che il popolo americano si aspetta”. E non potrebbe essere altrimenti, mentre da più parti si scatenano i commenti sul modo in cui è stata gestita la campagna elettorale dei democratici. Troppo impegnata a dare addosso al nemico repubblicano, secondo alcuni, strategia perdente perché avrebbe fatto passare in secondo piano le riforme attuate durante i primi due anni di presidenza. E’ anche vero, però, che Obama ha ereditato una situazione interna e internazionale molto complessa e per nulla paragonabile a quella di tutti i suoi predecessori, ma è altrettanto vero che gli americani guardano molto al risultato e lo “yes, we can” che tanto aveva infiammato le platee ha rischiato di trasformarsi nel temuto “sorry, we can’t”. Pericolo forse scongiurato, ma sempre in agguato. Se i democratici esultano a metà, anche i repubblicani sono impegnati in una reprimenda dei loro errori strategici, che per molti hanno il nome e il cognome di Sarah Palin, la vulcanica ex governatrice dell’Alaska ed ex candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti, che si sarebbe impossessata del movimento dei Tea Party, arrivando a scegliere 61 candidati forse troppo “hard” per gli stessi repubblicani, di fatto penalizzandoli nella corsa alla carica di senatore o governatore.

Nel chiuso dello studio ovale Obama starà ancora mal digerendo la perdita del suo storico seggio dell’Illinois, entrato nel carnet dei repubblicani, ma la malinconia è un lusso che al momento non può permettersi. Meglio rimboccarsi le maniche e affilare le armi della diplomazia nella delicata ricerca di un dialogo costante con la parte repubblicana più intransigente, che ha già annunciato battaglia su molti punti del programma.
Gli analisti politici più cinici, intanto, osservano che il presidente ha comunque fatto bene a concentrare nella prima metà del suo mandato le riforme più impopolari, o quanto meno più controverse, lasciando agli ultimi due anni di governo il tentativo di consolidare il suo gradimento personale, invertendo la sua caduta libera nei sondaggi.

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