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WASHINGTON – L’ultimo spoglio elettorale ha assegnato la vittoria nello stato di Washington alla senatrice democratica Patty Murray, per la riconferma della quale si era speso il presidente Obama in persona.

Poca la distanza percentuale sul rivale repubblicano Dino Rossi, ma quella manciata di voti in più ha fatto la differenza, permettendo la definitiva consegna del Senato ai democratici con 51 seggi, mentre i repubblicani si fermano a quota 47. Due i seggi assegnati agli indipendenti, che comunque voteranno per il partito di Obama. Il numero uno degli Stati Uniti può dunque tirare un sospiro di sollievo, concentrando le energie sulla ricerca di un compromesso di lungo periodo con il Grand Old Party, al fine di garantire stabilità governativa negli ultimi due anni di mandato.

Per un partita interna che si chiude, almeno per il momento, un’altra si riapre con tutti i suoi variabili scenari: la politica estera. Dopo l’impegno profuso nelle elezioni di midterm, per Obama ne inizia adesso uno non meno gravoso sul fronte internazionale, con un viaggio di dieci giorni che lo porterà in Asia, India, Indonesia, Sud Corea e Giappone. La sua presenza è data per certa al G20 di Seul e al vertice Asia – Pacifico di Yokohama, mentre a pesare come un macigno è l’esclusione della Cina dalla lista dei paesi che l’inquilino della Casa Bianca visiterà in questi giorni. Un’esclusione non casuale, che assomiglia piuttosto a un tentativo di pressione nei confronti di uno stato ancora indietro sulla scottante questione dei diritti umani, come il recente Nobel della Pace assegnato al dissidente Liu Xiaobo ha ben confermato. Le parole di Jeff Bader, consigliere di Obama per l’Asia, sembrano avvalorare questa ipotesi: “Gli Stati Uniti hanno interesse a chiedere a Pechino un’oscillazione della valuta sulla base dei mercati e un maggiore impegno nel rispetto dei diritti umani – ha dichiarato – Da tempo gli Usa si sono detti a favore di una stretta cooperazione strategica con Pechino – ha proseguito Bader – ma a patto che ciò avvenga nel quadro delle regole della comunità internazionale”, violate dal fermo di pescherecci nipponici come dall’occupazione di isolotti nell’arcipelago conteso delle Spratly.

Se l’incontro tra Obama e il premier cinese Hu Jintao rimane ancora sospeso, dunque, appare invece certa la visita del segretario di Stato Hillary Clinton, attualmente impegnata in un viaggio diplomatico attraverso il Vietnam, la Cambogia, la Papua Nuova Guinea, la Nuova Zelanda e l’Australia. Tutti paesi, non a caso, al centro di tensioni con Pechino a causa di contenziosi nelle rispettive acque territoriali. Secondo Yuan Peng, dell’ Istituto per le relazioni internazionali contemporanee di Pechino, “gli Usa stanno cercando di tranquillizzare la Cina dopo i sospetti sollevati dalle loro frequenti interazioni con gli alleati asiatici”. Forse si tratta, piuttosto, di un tentativo di raggiungere con le buone una tregua di lunga durata nelle complesse relazioni sino – americane, confermando la volontà degli Stati Uniti di sviluppare questo rapporto bilaterale in modo regolare e collaborativo, così come affermato a fine ottobre dalla stessa Clinton.

Di certo la Cina non sembra avere molta scelta: continuare a sposare una linea intransigente nei rapporti internazionali, infatti, potrebbe rivelarsi altamente controproducente, condannandola di fatto ad un isolamento economico, commerciale e diplomatico dai costi troppo alti in termini di competitività, mercato globale, sicurezza interna e comune lotta al terrorismo.

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