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MOSCA – Un mazzo di fiori che nasconde al suo interno un pesante tubo di ferro, una delle armi preferite dagli specialisti del pestaggio.

Il copione andato in scena a Mosca, nella centrale via Pianitniskaja, è tra i più recitati di sempre: aspettare la vittima, ignara del tragico destino che la attende, porgerle un omaggio floreale per ingannare i sospetti e dare sfogo alla violenza più brutale. A rimanere per terra, questa volta, è stato Oleg Kashin, reporter d’assalto trentenne del quotidiano Kommersant. Al suo attivo inchieste sulle attività dell’opposizione e di difesa dei diritti umani. Uno di quei giornalisti scomodi, che mettono nero su bianco verità poco disposte ad essere tollerate dalla coscienza governativa di un Paese non a caso inserito, dall’International press institute, tra i più pericolosi al mondo per la libertà dell’informazione. Fratture multiple, cranio lesionato e dita della mano destra ridotte in poltiglia: una firma, quest’ultima, che più di mille parole indica nell’attività giornalistica del reporter il movente dell’aggressione. Un’attività da punire e una vita che adesso si trova appesa al filo, sottilissimo, del coma farmacologico. Se le condizioni cliniche del giovane rimangono ancora avvolte da un alone di incertezza, i suoi colleghi del Kommersant si sono subito messi al lavoro, conducendo una vera e propria inchiesta, sotto la guida del direttore Mikhailin, per far luce sugli ultimi articoli del reporter, che potrebbero contenere testimonianze di un’attività per alcuni molto scomoda.

Sembra certo che Oleg Kachine, negli ultimi tempi, stesse seguendo le manifestazioni ecologiste contro la costruzione di un’autostrada tra Mosca e San Pietroburgo, per fare spazio alla quale il governo Putin intenderebbe demolire la foresta secolare di Kimki, abbattendo migliaia di alberi. Un dossier scontante, anche se è ancora troppo presto per cucirgli addosso l’abito di vero movente. Il lavoro della redazione è appena iniziato, ma il direttore non si fa illusioni e ammette, laconicamente: “Lo sappiamo, siamo soli”. Parole tristemente veritiere, come purtroppo hanno testimoniato gli ultimi casi di cronaca con protagonisti operatori dell’informazione.
Dal premier Putin nessun commento, mentre il presidente russo Medvedev dichiara su twitter la sua volontà di punire i colpevoli, chiedendo inoltre che le indagini siano seguite “in maniera speciale”. Una dichiarazione d’intenti che, seppur lodevole, rischia di rimanere senza seguito, come spesso accade in una città che sconta da sempre un rapporto contrastato tra media e potere.  

La triste casistica russa annovera, infatti, 35 giornalisti assassinati a partire dal 2000, per 19 dei quali non è stato individuato nessun colpevole. Indagini spesso sommarie e lacunose, condotte da poliziotti corrotti che al massimo si fermano a piccoli criminali, mantenendo nell’ombra i veri mandanti. È il caso di Anna Politkovskaya, la giornalista della Novaya Gazeta che aveva denunciato gli orrori della guerra in Cecenia e per il cui assassinio, avvenuto nel 2006, si è ormai certi che tutti i responsabili non abbiano pagato. Ancora in attesa di giustizia lo strano suicidio di Ivan Saronov, un altro giornalista del Kommersant, precipitato da una finestra con un sacchetto di arance in mano. E Nastasia Baburova, uccisa nel 2009 insieme all’avvocato dei diritti civili Stanislav Markelov.
Non basta andare al fronte per morire. Si può morire anche sulle barricate di una guerra tutta interna, come quella condotta in suolo russo contro la libertà di informazione. E nonostante tutto si può decidere che vale comunque la pena rischiare, pur covando la segreta certezza che un giorno una mano armata potrebbe spezzare le dita che adesso scorrono agili sulla tastiera. Sapere tutto questo e non fermarsi. E coltivare la passione per un lavoro che, in certi contesti, esige la fede di una missione.

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