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NEW DELHI – “Lunga vita alle nostre relazioni”. Con queste parole il presidente degli Stati Uniti Obama ha concluso il suo discorso di 40 minuti dinanzi al Parlamento indiano.

Molte le citazioni prese in prestito a Gandhi e Martin Luther King e molti i passaggi in cui l’inquilino della Casa Bianca ha ribadito il suo interesse per una delle democrazie più grandi del pianeta. L’India è stato il primo paese ad essere visitato dalla coppia presidenziale americana, impegnata in un lungo viaggio diplomatico in Asia. Una scelta non casuale, come ha ribadito lo stesso Obama durante il suo intervento. L’India, infatti, ricopre oggi più che mai un ruolo strategico nelle relazioni internazionali condotte dagli Stati Uniti sia dal punto di vista commerciale sia come alleato nella lotta al terrorismo in un’area, quella orientale, da sempre fonte di acute tensioni. Prove tecniche di un’alleanza che si vorrebbe non solo proficua per entrambe le parti, ma anche più duratura possibile. E la stessa proposta di includere l’India tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sembra andare in questa direzione.

Un discorso con cui Obama ha cercato di scrollarsi di dosso la delusione, ampiamente prevista, per l’esito non proprio favorevole delle elezioni di midterm, raccogliendo la sua indiscutibile ars oratoria per affrontare con rinnovata carica le sfide internazionali che attendono la seconda metà del suo mandato. Tra le quali un posto d’onore è riservato proprio alla ricerca di un’alleanza strategica che, sebbene non esente da incertezze e ostacoli, possa unire una potenza mondiale del calibro degli Stati Uniti alla nazione indiana, che vanta il più alto tasso di crescita occupazionale, commerciale ed economica.

Gli imprenditori nordamericani guardano con interesse alla possibilità di penetrare un mercato in continua espansione come quello indiano, offrendo in cambio maggiori possibilità di espansione ai prodotti tecnologici made in India. Un capitalismo, quello indiano, che si è sviluppato in un’ottica democratica e di rispetto dei diritti umani, per questo superiore a quello cinese, che senza protezione statale non avrebbe la stessa capacità di espansione. Concetti espressi da Obama nei giorni scorsi durante un incontro bilaterale tra imprenditori americani e indiani a Bombay e che ben sintetizzano la bolla di isolamento nella quale rischia di rimanere incastrato il colosso cinese, ancora maldisposto a contrattare sulla spinosa questione dei diritti umani.

Se la sintonia con l’India si rivelerà importante per ragioni commerciali, ancora di più lo sarà per questioni di sicurezza internazionale, in primis sul fronte afgano. In questo territorio, infatti, il governo di Nuova Delhi ha intrapreso uno sforzo logistico ed economico senza precedenti, potenziando i propri interessi geopolitici in un’area strategica del continente. Un’intraprendenza cui gli Stati Uniti guardano con favore, consapevoli però della necessaria cautela da investire nei complessi rapporti con il Pakistan. Un paese ancora ostaggio del terrorismo che, secondo lo stesso Obama, ha fatto molto “ma non ancora tutto il possibile”. Il governo di Islamabad, dal canto suo, potrebbe vedere nell’espansionismo indiano in terra afgana un malcelato tentativo di isolamento nei suoi confronti, con la complicità degli Stati Uniti, innescando così la scintilla di un ennesimo attrito con la vicina India. Quanto di peggio Obama potrebbe augurarsi, visto che proprio dal Pakistan dipende l’esito della logorante guerra al terrorismo. Al presidente americano non sono concessi errori, dunque, ma solo grandi doti di equilibrismo sul filo sottile delle reciproche esigenze di due Paesi, India e Pakistan, entrambi fondamentali, ma per ragioni diverse.

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