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La meglio gioventù nel Risorgimento dolente di Mario Martone

Anteprime: esce venerdì “Noi Credevamo”, il film liberamente ispirato da un libro di Anna Banti

E’ in uscita venerdì 12 il film di Mario Martone “Noi Credevamo” già presentato a Venezia nella versione “lunga” per la televisione. “Noi Credevamo” rivisita il Risorgimento italiano attraverso le storie di tre amici accomunati  da nobili intenti patriottici; nell’evolversi della storia le controversie non mancano come pure i tradimenti, gli inganni e le illusioni.

Nella versione di quasi quattro ore di proiezione di “Noi Credevamo” (la versione cinematografica in uscita dura 170 min.) affiora un pensiero ricorrente: la sensazione di aver assistito all’ennesima ripetizione di una esplicita, accorata delusione. Eppure il lavoro di Martone è elegante, ben confezionato, intelligente, persino coraggioso. Nel romanzo omonimo di Anna Banti al quale Martone si è ispirato molto liberamente in “Noi Credevamo”, il regista napoletano individua l’essenza di una storia che ruota attorno al dilemma: conquista sabauda/rivoluzione mancata. Il film storico, per sua natura, è sì un’operazione messa in piedi per far rivivere il tempo passato, ma  non manca un’eco del presente.

Dove si annidano i vizi dell’oggi? Nel passato, nell’atto stesso della fondazione nazionale. Quindi se la nazione è nata su basi sbagliate, il resto del tempo è servito solo ad aggiungere errori ad errori.

Il film di Martone, per sin troppo esplicita somiglianza, richiama alla memoria un prodotto che qualche anno fa ebbe grandissimo successo: “La meglio gioventù” (2003) di Marco Tullio Giordana. “Noi Credevano” è la premessa, “La meglio gioventù” la conclusione.

A guardarci così come siamo, ci credevamo migliori. E in realtà potevamo (possiamo) essere migliori; ma forze superiori hanno tagliato le ali all’entusiasmo, hanno spento per sempre i sogni di una generazione (la “meglio gioventù” ottocentesca) dilaniata tra azione e disillusione, come Martone stesso ha ricordato. Tre giovani del Cilento interpretano l’irrefrenabile passione per l’Italia. Uno è un povero contadino, gli altri due nobili. Su questi ultimi il film sviluppa il racconto: uno prenderà la strada della concretezza (da repubblicano convinto si addomesticherà, come Francesco Crispi, al disegno monarchico sabaudo); l’altro estremizzerà le sue posizioni, sino ad arrivare al terrorismo.

L’interessante film di Martone pone però un’altra questione. Il cinema italiano del secondo dopoguerra ha preferito sorvolare sul Risorgimento. Il fascismo, per motivi strumentali, ne aveva dato una lettura estremamente positiva. Il Garibaldi di “1860” (1934) di Alessandro Blasetti ne è la massima riprova. In sintonia con la storiografia di Gioacchino Volpe, il Risorgimento altro non era che la premessa issata sulle baionette delle camicie rosse e  conclusa dalle baionette delle camice nere. Non a caso Blasetti concludeva il film con un cinegiornale di incontro e amicizia (fatto sparire successivamente) tra garibaldini e fascisti. Ci pensò poi Luchino Visconti a fissare l’immagine del Risorgimento decadente, vile, trasformista, accomodante, gattopardesco, in opere di grande rigore stilistico, “Senso” (1954) e “Il Gattopardo” (1963). Poi più nulla.

“Noi Credevamo”, comunque, rimane una grande opera didattica su una parte della storia italiana poco rivisitata e il più delle volte in stile agiografico. In qualche modo è un film didattico, inteso in senso non spregiativo, anzi, andrebbe proiettato nelle scuole italiane e, ahimé, non sarebbe un’idea peregrina una proiezione straordinaria in Parlamento a Camere congiunte…

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