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Myanmar: liberazione Aung San Suu Kyi prevista per domani

Cresce l’attesa nel Myanmar, ex Birmania, e nel mondo per Aung San Suu Kyi. Il leader del disciolto partito la Lega Nazionale delle Democrazia, Lnd, all’opposizione nel Paese asiatico, dovrebbe essere liberata domani.

Una libertà che arriverebbe dopo che il Premio Nobel per la Pace 1991 ha scontato una pena di 18 mesi agli arresti domiciliari. Una condanna giunta nel maggio 2009 per violazione dei termini degli arresti domiciliari in scadenza in quel mese. L’accusa era di aver dato ospitalità nella sua casa ad un americano. L’uomo di fatto si era introdotto in casa, ma abusivamente. L’episodio per tanti altro non era stato che un pretesto  per il regime birmano per tenere lontano il Premio Nobel dal processo elettorale avviato nel Paese dopo un ventennio e culminato col voto di domenica 7 novembre. Voto i cui risultati hanno fatto registrare questa volta la larga vittoria dell’Unione per lo Sviluppo e la Solidarietà.

L’isolamento di San Suu Kyi di fatto dura dal 1990 quando nel Paese asiatico si tennero le elezioni e Lnd le vinse a larga maggioranza. I generali però non riconobbero il risultato del voto e lo annullarono. Da allora in poi, iniziarono a ‘perseguitarla’ come oppositrice. Tanto è vero che Suu Kyi  ha trascorso, tra la  prigione e gli arresti domiciliari, gran parte degli ultimi 20 anni. Ai domiciliari, in particolare, si trova ormai ininterrottamente dal 2003. Un provvedimento voluto dalla Giunta militare, al potere nel Paese dal 1962. Sette lunghi anni in cui la leader dell’opposizione birmana ha vissuto segregata e isolata dal resto del mondo nella sua casa di Yangoon, l’ex Rangoon. Questo però, ha fatto di lei la più famosa detenuta al mondo anche se a caro prezzo. La sua scelta di non voler scendere a patti con la Giunta birmana le è costato non solo la libertà, ma anche la perdita degli affetti più cari, quelli della famiglia. Da allora non ha più rivisto il marito e i figli. Persino il Premio Nobel per la Pace non è stato ritirato da lei, ma a farlo sono stati i figli. Loro forse tra un po’ potrà rivederli, mentre il marito è ormai morto nel 1999 morì  a Londra a causa di un tumore. Anche allora la vita la pose di fronte ad una scelta. Aveva avuto la possibilità di andarlo a rivedere per l’ultima volta, ma per farlo sarebbe dovuta andare in Gran Bretagna e questo di fatto l’avrebbe trasformata in un esule impossibilitata a tornare in Patria. Con questa consapevolezza non accettò di andare per restare vicino al suo popolo che tanto ama.

Insomma una donna che non si è mai arresa al suo destino e adesso  sembra  che siano  in corso i preparativi per il suo rilascio, si tema che il regime militare possa ancora una volta trovare una ragione per prolungare i suoi arresti.

E’ indubbio che  San Suu Kyi non accetterà mai che la sua liberazione sia sottoposta a condizioni di alcun genere. La leader dell’opposizione ha, infatti, già annunciato che una volta libera tornerà all’attività politica. Un particolare questo che non piace ai generali che comandono nel Myanmar.

Come già succede da anni, la comunità internazionale si è già mobilitata per chiederne il rilascio incondizionato. In testa ai Paesi pro liberazione i 27 dell’Unione europea. A parlare a nome di tutti l’inviato della Ue per la Birmania, Piero Fassino. “Questa – ha detto – potrebbe essere la volta giusta”.
Stamani, secondo dirigenti del suo partito, i documenti relativi al suo rilascio sarebbero già stati firmati. Notizia questa, confermata anche dalla stampa locale. Nella sede del Lnd si sono radunati fin dalle prime ore del giorno centinaia di attivisti e simpatizzanti, nella speranza di salutare la sua liberazione. Nel pomeriggio però, esponenti del partito hanno invitato tutti a tornare alle proprie case. Un chiaro segnale questo, che le trattative non sono concluse.

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