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Rugby. L’ennesima sconfitta onorevole dell’Italia

ROMA – Può succedere nello sport che un’azione leziosa nei primissimi minuti finisce per condizionare l’intera partita. A maggior ragione nel rugby che è lo sport che non ammette tatticismi e che premia chi più ci crede.

L’Italia perde contro l’Argentina un match che avrebbe dovuto vincere ad ogni costo, proprio perché ci crede poco. Pochi minuti dopo che Contempomi segna il 22-16 definitivo, pochi minuti dopo che l’arbitro fischia la fine delle ostilità, Sergio Parisse si presenta ai microfoni di La7 e ammette “Mi prendo tutta la colpa della sconfitta. Nei primi minuti del match ho fallito due occasioni che dovevano essere meta. Ho fatto un calcetto che non serviva a niente. Mi dispiace per tutta la squadra, ma è colpa mia”. Peccato perché gli argentini di oggi erano alla portata degli italiani, peccato perché l’emozione di Lo Cicero durante l’inno di Mameli meritava un altro finale.

Comincia bene l’Italia che mette sotto l’Argentina nei primi minuti della partita. Pressione e concentrazione e per ben due volte Parisse si presenta a tu per tu con la linea di meta. Sia nel primo che nel secondo tentativo, però, si concede troppa confidenza calciando per se stesso, producendosi in un passo dell’oca e gli argentini, ai quali tutto si può imputare, ma non di essere fessi, vanificano lo sforzo degli azzurri senza eccessivo impegno. Col passare dei minuti i pumas crescono d’intensità e abilmente leggono gli schemi d’attacco della nazionale italiana. Il risultato è che l’Italia si sfilaccia in difesa e contemporaneamente perde il pallino del gioco insieme alle idee. Gli argentini, dal canto loro, non fanno nulla di eccezionale, ma le idee che hanno riescono a trasformarle in fatti. Prendete l’azione che porta Rodriguez in meta: passaggi, calcetto, offload stretto e via a correre nelle praterie sconfinate del Bentegodi di Verona. Abc del rugby, quello che agli azzurri non viene naturale fare. Manca un metronomo alla squadra italiana e si vede. I pumas aggrediscono l’attacco degli italiani e quest’ultimi non hanno la capacità di improvvisare, di rendersi pericolosi in altre maniere.

Ma del sabato veronese non tutto è da buttare nel dimenticatoio. Se non altro rimane la voglia di far bene che all’Italia non è mancata. Forse alcune azioni andavano sfruttate meglio, ma il coraggio dimostrato intestardendosi nel cercare la touche piuttosto che i punti in mezzo ai pali è il sintomo che questa nazionale vuole cambiare registro. Tuttavia se si dimostra carattere in questo modo, se si decide di affrontare a viso aperto l’avversario sfidandolo a chi è più forte, poi bisogna mantenere alta la concentrazione e non abbassare mai la guardia. In altre parole non ci si può permettere di uscire dai 22 avversari senza aver mosso il tabellone.

Un punto di forza dal quale bisogna ripartire è la mischia chiusa. Una situazione di gioco che gli italiani sanno gestire bene e che oggi è stata usata a gran dovizia. D’altronde segnare da mischia chiusa una meta tecnica agli argentini non è cosa da tutti. Bene, dopo una fase un po’ appannata, Castrogiovanni che si è mostrato mobile (per quanto lo possa essere un pilone) e presente in più punti del campo. Positivi i rientri di Dellapè e soprattutto del Barone Lo Cicero la cui assenza negli anni scorsi è pesata a molti tifosi.

Così siamo costretti ad archiviare l’ennesima delusione sotto la dicitura “sconfitte onorevoli”. Ne abbiamo piene le mensole di questi trofei. La partita finisce col ghigno truffaldino di Contempomi che si prende il lusso di sistemare con calma la palla prima di calciarla in mezzo ai pali. Proprio davanti al XV italiano che impotente guarda l’arbitro decretare la fine della partita e l’inizio di una settimana difficile che porta dritti dritti ai wallabies che oggi hanno perso 35-18 la sfida con gli inglesi.

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