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Un paese troppo… complicato. Giorgio Ruffolo presenta il suo ultimo libro

ROMA – Alla libreria Amore e Psiche di Roma, Giorgio Ruffolo ha presentato il suo ultimo libro, Un paese troppo lungo, edito da Einaudi.

Ad accoglierlo c’erano storici, filosofi e, data la sua primaria attività, anche alcuni economisti: Andrea Ventura e Anna Pettini dell’Università di Firenze e Enrica Carbone dell’Università di Napoli.
Come si diceva, Ruffolo, è soprattutto un economista; ha lavorato all’Eni di Enrico Mattei e all’Ocse. È stato ministro dell’Ambiente dal 1987 al 1992 e deputato socialista a Montecitorio e al Parlamento europeo, ed ha fondato, nel 1981, il Centro Europa Ricerche di cui è tuttora presidente.

Nell’incontro si è parlato della storia del nostro “complicato paese”, dell’unificazione risorgimentale e del fatto che una vera fusione non è mai stata fatta, anche se, in alcuni frangenti  storici, ce ne fu la possibilità: nel periodo in cui Federico II di Svevia fu Imperatore del Sacro Romano si tentò, partendo dalla compattezza politica dalle regioni Sud d’Italia, di fondare il nucleo di una possibile unificazione di ciò che ora è l’Italia, ma alla sua morte il progetto sfumò a causa di chi era stato sempre il suo più acerrimo nemico: la Chiesa di Roma.
Si dovette aspettare la seconda Metà dell’Ottocento perché, solo materialmente, il progetto potesse compiersi. In realtà la Chiesa cattolica non accettò mai, l’unificazione, né tantomeno la fine del suo potere temporale, e fece di tutto per minare alle fondamenta il dominio dello Stato italiano su ciò che, dalla falsa Donazione di Costantino in poi, riteneva proprio. Come ha detto Ruffolo l’unità nazionale del nostro paese è sempre stata una chimera, incerta, osteggiata, e mai veramente attuata.

Ma ciò che esce dalla porta rientra dalla finestra, e  la Chiesa Cattolica, dai Patti Lateranensi del ’29, che sancirono il Concordato tra Stato Italiano e Chiesa cattolica, perpetuò una politica di surrettizia “annessione teologica”, trasformando, di fatto, l’Italia in una teocrazia di cui oggi si possono vedere i disastri sociali, economici ed istituzionali.
Alla presentazione del libro di Ruffolo si è parlato forse troppo poco della “questione Meridionale”, che Sciascia definì “leggenda nera dello Stato italiano”, e degli errori politici da parte dei  Sabaudi che mutarono in occupazione cruenta le ideologiche istanze di unificazione degli Italiani.

Ma non si è parlato solo della “lunghezza dell’Italia” all’incontro, si è parlato molto anche di economia politica. Gli economisti presenti, con le loro domande, hanno incalzato Ruffolo sulla questione antropologica purtroppo quasi completamente assente dagli assunti economici. Su questo argomento egli ha glissato elegantemente ed ha, però, proposto ottime idee affermando che, non solo il governo di destra, ma anche il PD continuano a proporre crescita e sviluppo dissennati nonostante vi siano chiarissimi segnali che impongono semmai un ripensamento totale dell’idea dei consumo sociali. Sono ormai anni che si è iniziato a parlare di decrescita ma questa idea, che potrebbe contribuire a salvare il pianeta terra dalla distruzione, non viene presa seriamente in considerazione dalla politica e dalla maggior parte degli economisti in Italia e nel mondo.

Intanto però, dice Ruffolo, rivolgendosi al PD, si deve cambiare radicalmente il modo di gestire le risorse spostando i termini di rapporto tra i consumi privati e la spesa sociale; egli, che negli anni 60’ era vicino alle posizioni di Riccardo Lombardi, il quale parlava di una “società diversamente ricca”, a quanto pare non ha scordato la lezione del grande politico.
La questione antropologica nell’economia, e quindi della società, per ora giace in un giaciglio spinoso di risposte inascoltate sia dalla politica che dalla cultura dominante. A quanto pare, hanno suggerito gli economisti presenti, la ragione illuministica ha fatto il suo corso e, ora, sta spingendo gli esseri umani in un baratro senza fondo; quindi, prima di parlare di utopie che potrebbero portare a scenari simile a quelli de Il mondo nuovo di Huxley, si deve necessariamente fare una rivoluzione antropologica, culturale, ed umana.
Il genere umano attende uomini nuovi che lo tolgano da quel sonno innaturale ed indotto, che, col passare degli anni, produce solo incubi.

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