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Dublino è dietro l’angolo

ROMA – Mentre monta ancora la tensione in conseguenza della crisi del sistema bancario in Irlanda e Dublino rischia di crearsi ulteriori problemi a causa delle strade che sta scegliendo di percorrere.diventa importante comprendere perché è così pericolosa la situazione anche per il resto dell’Europa.

Le scelte di Dublino
L’Irlanda ha deciso di optare principalmente per un piano di tagli alla spesa pubblica. In particolare i tagli alla spesa nel prossimo quadriennio, previsti nel piano venuto fuori dalnegoziato con la Ue e il Fmi, equivalgono a un quinto dell’esborso totale. Si tratta di tagli complessivi per 10 miliardi suddivisa fra tre miliardi di tagli alla spesa corrente, quasi integralmente tagli al welfare, e sette alla spesa per investimenti.
Gli stipendi agli impiegati pubblici di nuova assunzione verrebbero tagliati del 10%, ed il loro numero complessivo dovrebbe essere riportato ai livelli del 2005.
Dal lato dell’’aumento del gettito fiscale esso e’ stimato in cinque miliardi di euro, di cui 1,9 in piu’ provenienti dalle imposte sui redditi. Ma è forse qui che si nasconde l’errore irlandese. Al momento Dublino sembrerebbe ancora orientata a tenere artificialmente basse le imposte sulle aziende, attualmente le piu’ basse in Europa con il 12,5% contro una media Ue che si attesta attorno al 27%.
Questa decisione, se confermata, motivata dalla buona intenzione di tenere le aziende nel Paese e non perdere occupazione, e introiti fiscali, dal trasferimento delle aziende in lidi più favorevoli potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Le aziende infatti potrebbero decidere di abbandonare comunque il Paese che non ha compiuto i passi necessari per salvarsi dalla bancarotta, trasferendo comunque i propri stabilimenti all’estero, alla ricerca di nazioni più stabili.

Il rischio di contagio
Anche oggi diverse persone si sono spese, anche molto, per affermare che non è prevedibile alcun rischio di contagio e che la situazione del Portogallo, come ha affermato Van Rompuy, o dell’Italia, come ha invece affermato la Marcegaglia, sono diverse.
Tutto ciò è solo parzialmente vero. Nello strano mondo della finanza capita infatti con una certa frequenza che determinate profezie si dimostrino autoavverantesi, ovvero il semplice fatto di sollevare un dubbio fa si che questo dubbio diventi realtà.

Il nome tecnico del dubbio che percorre il Vecchio Continente è spread, ovvero la differenza che uno stato deve pagare in più a chi decide di sottoscrivere i propri titoli invece che quelli di un paese ritenuto sicuro come la Germania. A fine mattinata lo spread del decennale irlandese sul Bund tedesco ha fatto segnare attestato a 607 (+18 punti base) dopo un massimo di 645 subito dopo la decisione di Standard & Poors che ha tagliato il rating dell’Irlanda da A-A ad A con riguardo all’indebitamento a lungo termine, mentre per il breve termine il rating è stato tagliato da A-1+ ad A-1. Entrambe le valutazioni sono inoltre corredate di un “negative outlook” e possono quindi essere tagliate ulteriormente.

Uno spread a 607 tradotto in soldoni significa che se Berlino paga il 2% di interesse sui propri titoli allora Dublino deve pagare l’8,07%.
Anche lo spread del decennale portoghese fa segnare un valore vicino ai massimi ed e’ a 453 (+19 pb) dopo un massimo di 481 mentre quello spagnolo arriva a  254 (+18 pb) dopo un massimo di 260.
L’impennata degli spread, derivante dal timore di una crisi di questi paesi comporta un tale aumento del costo di finanziamento del debito nazionale da poter innescare la crisi temuta.
E nel caso in cui anche la Spagna dovesse arrivare a trovarsi in difficolta’, viste le dimensioni dell’economia iberica,  il famoso ombrello anti-crisi europeo da ben 750 miliardi potrebbe non essere più sufficiente.
Lo spread invece tra i titoli italiani e tedeschi, pur molto peggiorato nell’ultimo anno, si tiene su livelli che si possono ancora definire di sicurezza, essendo passato in 12 mesi da 70 a circa 170 punti base.

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