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Monicelli, il suo cinema e i suoi eroi di cartapesta

Mario Monicelli se ne è andato con un colpo di scena. Poco amante delle mezze misure, ha preferito lasciare con fragore piuttosto che spegnersi nell’oblio. L’ultimo ciak se lo è tenuto tutto per sé

Mario Monicelli se ne è andato così come ha vissuto, lasciandoci a bocca aperta. Con stupore, con sorpresa, con imprevedibilità, così come sono stati, nei temi e nei toni, i suoi film più riusciti. Del resto lo aveva detto, non temo la morte, ma la noia che potrebbe subentrare all’abbandono del lavoro di regista.

E come poteva essere altrimenti per un uomo così vibrante, a dispetto dell’età e dell’assedio degli acciacchi senili. Lo ricordiamo così vibrante sebbene smagrito e teso negli ultimi tempi, alla grande manifestazione del popolo viola, al sit-in del mondo dello spettacolo e, prim’ancora, alla trasmissione evento di Santoro, Rai per una Notte, incitava all’indignazione, alla protesta convinta, alla solidarietà con la passione e la verve di un giovanotto.

Solo con questa tempra Mario Monicelli poteva descrivere così bene l’idealtipo italico: cinico, borioso, incline alla furbizia, ma anche, in certe situazioni, con scatti d’orgoglio non comuni finanche di eroismo. Si racchiude tutta qui la sua poetica che ha segnato indelebilmente il cinema italiano. E’ unanimemente riconosciuto come il padre della commedia all’italiana, ha aperto un ciclo nel 1958 con I soliti ignoti sostenuto da un cast d’eccellenza (Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale), ha proseguito con La Grande Guerra, dell’anno successivo, Leone d’Oro alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, con Romanzo Popolare (1974), protagonista un grande Ugo Tognazzi, con il primo Amici Miei (1975) fino al ripiegamento drammatico de Un Borghese Piccolo Piccolo (1977) girato all’epoca degli anni di piombo. Cosa sono le facce dei grandi attori che ha diretto: Gassman, Sordi, Tognazzi, Manfredi, ma anche Gastone Moschin, Adolfo Celi ed altri ancora, se non le nostre facce nude di fronte allo specchio della galleria dei vizi italici? Il cinismo, la cialtroneria, la dabbenaggine fanno il paio con sentimenti più nobili quali il coraggio, il riscatto e l’orgoglio che soltanto un poeta della macchina da presa come Mario Monicelli poteva così ben amalgamare.

Meritano una citazione particolare altri film di Monicelli che, per diversi aspetti, hanno segnato delle novità assolute nel panorama cinematografico italiano. L’armata Brancaleone (1966) e Brancaleone alle Crociate (1970) con le invenzioni linguistiche, quella sorta di grammelot ciociaro e quella sguaiataggine tutta italica sempre pronta a schierarsi, al motto di:armiamoci e partite…E ancora come non citare i film Speriamo che sia Femmina (1986) e Parenti serpenti (1992) che affondano, come la lama nel burro, nei vizi della famiglia nostrana.

Il cinema era la vita per Mario Monicelli, novantunenne è tornato dietro la macchina da presa nel 2006 per girare Le  Rose del Deserto, ancora nel 2008 aveva girato un documentario Vicino al Colosseo…c’è Monti e, nel giugno 2010 aveva firmato, insieme con Mimmo Calopresti, il cortometraggio La Nuova Armata Brancaleone girato con gli studenti del Cine-TV “Roberto Rossellini” contro i tagli imposti alla scuola dal Ministro Gelmini, storia di sei mesi fa, ma anche storia di oggi, come si vede dalle cronache odierne. E allora ce lo immaginiamo così il grande Maestro: ancora iersera intento ad aprire il cassetto e a trovarlo per una volta vuoto di soggetti, di storie, è stato quello il segno che l’ora era arrivata. Domani saremo in tanti a portarti un saluto laico alla Casa del Cinema. Vedrai quanti saremo caro Mario, Amici Tuoi…

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