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Iran: impiccata Shahla Jahed

TEHERAN – Oggi in Iran con l’impiccagione di Shahla Jahed è stata eseguita l’ennesima condanna a morte.

Nel triste computo delle condanne alla pena capitale eseguite nel Paese degli Ayatollah negli 11 mesi del 2010 già trascorsi, il conteggio è arrivato a quota 146. Nel 2009 le condanne a morte eseguite erano state 270. L’esecuzione è avvenuta questa mattina alle 5, le 2.30 in Italia, nel carcere di Evin a Teheran. Shahla Jahed è stata la moglie di Naser Mohammad-Khani.

Si tratta dell’ex calciatore della nazionale iraniana alla fine degli anni’80 e attuale l’allenatore del Persepolis, che con l’Esteqlal, è la squadra di calcio più popolare nel Paese. Anche per questo motivo la vicenda è stata molto seguita dall’opinione pubblica iraniana in quanto coinvolgeva un personaggio famoso. La donna era stata riconosciuta nel 2004 da un tribunale colpevole dell’omicidio di Laleh Saharkhizian, prima moglie del calciatore, uccisa a coltellate nel 2003. In realtà Laleh era di fatto la moglie permanente dell’ex nazionale, mentre Shahla era solo la moglie temporanea. Una particolarità questa, che si spiega per il fatto che Shahla e Khani avevano contratto una forma di matrimonio temporaneo. Quella dei matrimoni temporanei è una formula tipica dell’islam sciita che consente unioni che possono durare da poche ore a decine di anni e che permette agli uomini di avere fino a quattro mogli permanenti e un numero indefinito di mogli temporanee. Alle donne invece, è permesso un solo marito per volta.

Di fatto si tratta di un vero e proprio escamotage legale utilizzato dagli iraniani per avere relazioni extraconiugali. Potrebbe essere proprio questa situazione di condivisione ad aver scatenato la furia omicida, forse innescata dalla gelosia. Anche se Khani venne sospettato in un primo momento del delitto, fu per la confessione della donna che venne scagionato. Durante il processo Khani confessò solo di aver fatto uso di droghe insieme a Shahla e per questo venne condannato alla fustigazione con 74 frustate. Dopo la condanna a morte per l’omicidio, nel 2004, anche in appello, nel 2009, la sentenza venne riconfermata.  Questo, nonostante che la donna avesse ritrattato la  confessione rilasciata sostenendo di avere ammesso l’omicidio per le pressioni a cui era stata sottoposta in carcere. L’avvocato della donna, Abdolsamad Khorramshahi ha dichiarato che, come è prassi in Iran, gli è stato comunicato ufficialmente che la sua assistita è stata impiccata.

Molti quelli che sono stati colti impreparati dalla notizia dell’avvenuta esecuzione di Shahla. Un esecuzione che di fatto è avvenuta quasi in segreto e che forse ha giustiziato un’innocente. La condanna a morte era basata sulla legge islamica del ‘qisas’, legge del taglione, e per questo è stato il figlio della vittima ha sfilare la sedia da sotto i piedi di Shahla dopo che le era stata messa la corda al collo. Si tratta di una vicenda che per alcuni aspetti è molto simile a quella che vede da mesi protagonista Sakineh Mohammadi Ashtiani. La donna che è stata riconosciuta colpevole di adulterio e di complicità nell’omicidio del marito ed è stata anch’essa condannata a morte, ma per lapidazione. Però il caso di Shahla non ha avuto lo stesso eco mediatico. Per salvare la vita a Sakineh si è mobilitata la comunità internazionale.

Una mobilitazione che è stata lanciata anche per salvare la vita di Shahla anche se in tono minore. Se ne è fatta portavoce l’Ong ‘Iran Human Rights’. L’organizzazione che da anni si batte contro la pena di morte nella Repubblica Islamica. Purtroppo ogni sforzo in tal senso è stato vano. Dopo aver ottenuto, circa due anni fa, attraverso una campagna mediatica di sensibilizzazione dell’opinione pubblica internazionale la sospensione del verdetto di condanna a morte e la ripetizione del processo, questa volta ogni tentativo di sottrarla al patibolo è miseramente fallito. Ieri anche Amnesty International aveva lanciato un appello alle autorità di Teheran affinchè sospendessero l’esecuzione, affermando che: “ci sono buone ragioni per ritenere che sia stata condannata ingiustamente”. Appello evidentemente caduto nel vuoto. Per salvare la vita a Shahla si era tentata anche la via di ottenere un atto di clemenza da parte della famiglia della vittima, ma inutilmente. Anche il mondo dell’arte e della cultura iraniana si erano attivati per tentare questa via, ma i familiari di Laleh Saharkhizian si sono dimostrati impietosi. Ogni tentativo in tal senso è infatti andato a vuoto. Persino quello intentato dalle autorità giudiziarie iraniane è fallito.

Un tentativo che sembra andato avanti fino a poche ore prima dell’impiccagione. Un eventuale perdono avrebbe salvato la vita a Shahla.  L’esecuzione è stata fortemente condannata dal segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbjorn Jagland che si è detto costernato soprattutto dal modo inumano in cui è stata compiuta.

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