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La resa. Ascesa, declino e pentimento di Felice Maniero, alias faccia d’angelo

ROMA – Lo chiamavano “Faccia d’angelo” per quel suo viso glabro, i tratti aggraziati e fanciulleschi e per quel caschetto castano da “enfant terribile”.

Felice Maniero, il carismatico boss della Mala del Brenta, il Capo dell’unica organizzazione mafiosa nata e cresciuta in “aree non tradizionali” (secondo la celebre definizione del Senatore Carlo Smuraglia) , è oggi un uomo libero. Alle spalle ha un ventennio criminale che fa ormai parte della storia (non solo Veneta) e, queste pagine di storia, lui le ha scritte con il sangue e con l’oro, frutto delle tante clamorose rapine.
Colpi miliardari, traffici internazionali di droga e di armi, estorsioni, ricettazioni, omicidi. E poi pseudosocietà (per azioni illecite) costituite con i grandi capi di Cosa nostra siciliana e della Camorra campana, fughe spettacolari da penitenziari di massima sicurezza e latitanze trascorse all’insegna del lusso con fidanzata e parenti vari al seguito.

E’ stato tutto merito suo (del suo “genio criminale”, come è stato definito da qualche magistrato) o, in questo, è stato aiutato da qualcuno che stava dall’altra parte, ovvero dalla parte della legge?
E in quel famoso “pentimento”, arrivato quando la probabilità di farsi 33 anni di carcere duro era ormai una certezza, ha raccontato tutto quel che sapeva? E, allo Stato, ha fatto per davvero ritrovare il suo tesoro, come lui sostiene?

A queste e ad altre domande tenta di dare una risposta il nuovo lavoro di Monica Zornetta dal titolo “La resa. Ascesa, declino e pentimento di Felice Maniero” (Baldini Castoldi Dalai editore). Un libro che fin dal titolo si preannuncia “scomodo” perché la “resa” di cui parla è proprio quella che ci si immagina e che mai fino ad ora è stata così dettagliatamente esposta: è il patto con lo Stato. E’ la resa di Maniero allo Stato ma è anche la resa dello Stato a Maniero.
In 176 pagine viene raccontata la storia di questo bandito, dalla giovinezza, trascorsa tra Campolongo Maggiore e Torino, fino alla sua fine criminale, arrivata ufficialmente un giorno di novembre nel Capoluogo sabaudo e coincisa con il punto più alto della resa.
Prefazione di Carlo Lucarelli

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