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Internet diritto costituzionale: la proposta arriva in Senato, e sul web dibattito aperto

ROMA – La proposta del giurista Stefano Rodotà, un articolo 21bis della Costituzione per sancire il diritto di accesso a internet, è approdata in Parlamento.

È contenuta nel disegno di legge 2485 presentato da 16 senatori, primo firmatario Roberto Di Giovan Paolo del Partito Democratico. “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”. Questo il testo, frutto di un accurato lavoro che ha coinvolto anche il professor Tullio De Mauro.

Secondo questa impostazione, internet dovrebbe diventare un diritto fondamentale, un corollario tecnologico necessario per il pieno dispiegarsi della libertà d’espressione e del diritto ad essere informati, che sono poi le due “facce” dell’attuale articolo 21. E per rendere effettivo questo diritto, diventa indispensabile un intervento pubblico finalizzato, per forza di cose, a colmare il digital divide, il divario digitale, ovvero le distanze nelle possibilità di accesso alla rete tra cittadini italiani più o meno serviti da connessioni a banda larga, più o meno alfabetizzati all’utilizzo delle tecnologie informatiche.
Il testo del 21bis è stato presentato il 29 novembre a Roma, nel corso di un dibattito svoltosi all’interno dell’Internet Governance Forum, versione italiana dell’assise Onu che annualmente riunisce attorno a tavoli di lavoro tematici i diversi stakeholders, portatori di interessi (cittadini, enti locali, università e imprese) coinvolti nell’utilizzo e nello sviluppo della rete. La rivista Wired Italia ha lanciato una petizione on line a sostegno dell’iniziativa, fortemente voluta dal direttore del magazine, Riccardo Luna.

Lo stesso Rodotà, sul sito dell’associazione Articolo 21, ha provato a rispondere alle critiche che sul web non sono mancate. C’è chi la ritiene un’operazione di marketing, chi il primo passo verso un pericoloso interventismo statale. Chi, con argomentazioni più sostanziate, sostiene che la Costituzione italiana vada già bene così com’è, e che se le prescrizioni attuali non bastano, non si capisce perché un altro articolo dovrebbe tradursi in un beneficio concreto. In questo caso, si fa riferimento all’articolo 3 e ad una sua lettura estensiva. Tra gli ostacoli, economici e sociali, che la Repubblica dovrebbe rimuovere poiché “impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, oggi c’è anche l’accesso a internet. Stando così le cose, a cosa servirebbe un altro articolo ad hoc?
“Il fatto che in Italia si possa già fare riferimento a norme costituzionali o ordinarie non è considerazione di per sé risolutiva – scrive Rodotà – Al contrario, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere a continue incursioni che considerano Internet come un territorio dove si possano mettere impunemente le mani, nella sostanza negando proprio che si tratti di materia già accompagnata da una adeguata copertura costituzionale. Se la proposta di un articolo aggiuntivo spingerà ad una reinterpretazione dell’art. 21 e ad una estensione della garanzia costituzionale, non sarà un risultato da poco”.

C’è allora la volontà di affrontare il problema del divario digitale, stabilendo dunque il ruolo attivo del soggetto pubblico per colmare carenze infrastrutturali che impediscono a molti cittadini di poter usufruire della banda larga, ovvero di una connessione decente ad esempio a interagire con la pubblica amministrazione. Ma non si tratta solo di questo. E’ la stessa rete a dover essere tutelata, da chi sembra non essersi accorto della sua valenza in quanto “precondizione della cittadinanza, dunque della stessa democrazia. E, in questo modo, si fa emergere anche l’inammissibilità di iniziative censorie”.

Dunque, internet come diritto costituzionale, di rango superiore, per evitare leggi come il decreto Pisanu. Una legge nata con finalità antiterroristiche sulla regolamentazione delle connessioni senza fili, che con l’introduzione di una serie di obblighi di carattere burocratico, di fatto costituisce un grosso ostacolo alla diffusione del wi-fi, tanto che lo stesso ministro dell’Interno, Roberto Maroni ha promesso di volerlo abolire. Ma anche internet come diritto costituzionale per rendere inammissibili proposte come quella inserita nel disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche. Una proposta per ora bloccata che puntava ad estendere il diritto di rettifica, oggi previsto per la stampa, a tutti i siti informatici. In pratica una mannaia sui blog, sul nuovo giornalismo partecipativo e non professionale, e quindi sul pluralismo delle fonti informative e implicitamente sulla libertà d’espressione e sul diritto ad essere informati.

Iniziative simili sono già state attuate in altri paesi europei, come la Finlandia, la Grecia e l’Estonia, e in questa direzione va anche un recente pronunciamento del Conseil Constitutionnel, la Corte Costituzionale in Francia. E tuttavia la realtà italiana ha esigenze specifiche. Il contesto storico e politico nel quale si inserisce questa integrazione della legge fondativa dello Stato, è fondamentale, come sottolineato dall’avvocato esperto di diritto in rete Guido Scorza: “Le leggi – ha scritto Scorza sul suo blog – non sono principi filosofici o teoremi astratti avulsi dallo spazio e dal tempo ma, rispondono – o dovrebbero rispondere – alle esigenze ed ai problemi della comunità che attraverso esse si intendono governare […] L’Italia ha più bisogno di internet che la più parte dei Paesi occidentali perché in Italia l’informazione è meno libera è più dipendente da pochi grandi centri di potere economico-politico che altrove”. Molto chiaro, e dal punto di vista di chi scrive, molto condivisibile.

I tempi per l’eventuale approvazione della legge non saranno brevi, visto che, trattandosi di una legge costituzionale, è necessaria una doppia lettura di Camera e Senato. Insomma, il traguardo è molto lontano. Certo è che un risultato è già stato raggiunto: il dibattito, perlomeno sul web, è aperto e non si può dire che non sia un bene.

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