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Un’altra donna uccisa da ‘una brava’ persona’

CUNEO –  Quando un uomo uccide una donna quasi sempre il movente del delitto è il rifiuto, da parte di lei, del rapporto con l’altro.

Il rifiuto della donna, che può avere molte motivazioni, porta ad una separazione che per l’uomo, quando è malato, è una frustrazione psichica insopportabile, motivo scatenante che lo porta alla distruzione fisica dell’altro da sé e qualche volta al suicidio.
Ieri a Borgo San Dalmazzo nel Cuneese, si è svolto l’ennesimo dramma della pazzia: Franco Ruffinengo, 55 anni, di Carmagnola, dopo aver cercato, ossessivamente, per l’ennesima volta di convincere, Vincenzina D’Amico, l’ex fidanzata, a ricominciare il rapporto, l’ha uccisa con dieci colpi di pistola, poi ha rivolto l’arma contro sé stesso e si è suicidato.

Il Ruffinengo sicuramente fa parte di quella categoria di persone considerate normali, perché osservano il codice della strada e mantengono un comportamento civile e ben educato, ma che in realtà sono dei malati di mente gravi e lucidi. L’omicidio era senza dubbio stato premeditato, la pistola con la quale ha ucciso la donna l’aveva comprata solo pochi giorni prima, ed inoltre egli si era avvicinato gentilmente alla donna chiedendole di poterle parlare. L’uomo non poteva pensare realmente che la donna avrebbe accettato di rimanere con lui dopo che ella lo aveva ripetutamente rifiutato. Era una trappola lucidamente preparata. No è come sicuramente scriveranno i giornalisti un delitto d’impeto, perché egli non ha sparato uno o due colpi, ma gli ha scaricato addosso quasi tutto il caricatore della pistola: doveva essere sicuro che ella morisse. I medici del 118, giunti sul luogo insieme alle forze dell’ordine, non hanno fatto altro che constare il decesso della donna e del suo assassino.

Questa tipologia di omicidio, di solito, scatta quando il delirio di un malato di mente, viene messo in crisi da una donna che pone un fermo rifiuto a questa “pazzia razionale” che a poco a poco la fa morire dentro. Quando una donna si oppone al pazzo-normale che la vuole annichilire, che la “ama” e la vuole tutta per sé, quando dice no, basta, perché ha acquisito un minimo di speranza che gli permette di sapere che al di là di quel rapporto malato esiste la possibilità di una vita migliore dove poter realizzare la propria identità femminile, quando si separa, allora, in quel momento, il malato si sente perduto e uccide.

Uccide perché la donna, rifiutandolo, non conferma più la sua “normalità”. La uccide perché l’uomo schizoide vede in lei una speranza di vita alla quale egli non può più accedere. E così pensieri, sogni, deliri, ed affetti violenti, tenuti celati da una “normalità”, vengono in superficie … ed è l’assassinio brutale e lucido. Pazzia lucida, perché anche quando vengono uccise dopo un diverbio, l’assassino aveva, sempre, portato con sé l’arma del delitto.
Questa è la pazzia del “normale”,  del vicino di casa che “ sembrava tanto una brava persona”. Questa è malattia di rapporto con l’altro da sé, resa visibile dall’omicidio, e resa congrua da una cultura che non sa riconoscere e rifiutare gli uomini  malati e quindi violenti. Una società ‘civile’ che chiama questi delitti passionali, perché il movente sarebbe il “troppo amore”.
C’è un proverbio spagnolo che, forse ricordando il Don José della Carmen, dice “Hai amor que matan”, ci sono amori che uccidono. Ma l’affetto di Don José, come quello di tutti gli uomini che uccidono le donne, non è certamente amore è solo voler possedere un essere umano dove alienare ed occultare la propria pazzia.

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