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Intercettazioni Unipol: il Cavaliere indagato ha già ottenuto la richiesta di archiviazione

ROMA – Per la pubblicazione su Il Giornale dell’intercettazione tra Fassino e Consorte oltre a Paolo Berlusconi è stato ascritto nel registro degli indagati anche Silvio, che però, verrà prosciolto per l’inconsistenza delle prove a suo carico. Di Pietro: «Resta l’utilizzatore finale di quell’illecito».

MILANO – Mentre stava lavorando per scongiurare la caduta del Governo, Silvio Berlusconi è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Milano. L’accusa per il Cavaliere, però, non è quella di aver corrotto dei parlamentari (la procura competente sarebbe infatti quella di Roma), ma ricettazione e concorso in rivelazione di segreto d’ufficio. La vicenda su cui stanno indagando i pubblici ministeri milanesi è quella relativa alla pubblicazione su “Il Giornale” della telefonata tra Consorte e Fassino, durante la quale l’allora segretario dei Ds esclamò «Abbiamo una banca?».
Era noto che con la stessa accusa era stato indagato assieme ad altre persone anche il fratello del Presidente del Consiglio, Paolo Berlusconi. Ora il nome del Cavaliere è stato reso pubblico, ma l’indicazione della procura, non in possesso di elementi sufficienti, ha chiesto l’archiviazione. Comunque in merito giudicherà il gip Bruno Giordano che potrà accoglierla oppure ordinare alla procura di svolgere ulteriori accertamenti.

La vicenda
Siamo nel 2005, in piena indagine sui cosiddetti “furbetti del quartierino”. Una società, la Rcs, Research Control System, di proprietà di Roberto Raffaelli e Fabrizio Favata, viene incaricata di eseguire alcune intercettazioni telefoniche. Con un po’ di fortuna, prima di consegnare i nastri ai magistrati, Raffaelli ascolta la registrazione tra Fassino e Consorte e come ricorda Eugenio Petessi, un altro imprenditore invischiato nella vicenda, capisce «che se la avessimo data a Berlusconi, gli avremmo fatto vincere le elezioni del 2006». Non si fa niente per niente, e la generosità del Presidente del Consiglio è nota, quindi bisogna darsi da fare. Così Petessi organizza un incontro con Raffaelli e Favata, per ascoltare con attenzione la telefonata e per farla sentire a Paolo Berlusconi. Così viene fissato un ulteriore appuntamento ad Arcore in cui, dopo l’ascolto della conversazione, il Presidente del Consiglio si lascia andare ad un «grazie, la mia famiglia vi sarà grata in eterno». A ridosso del Capodanno 2006 le intercettazioni finiscono sulla prima pagina de Il Giornale e scoppia un vero e proprio scandalo.

Le dichiarazioni
«La richiesta di archiviazione della Procura di Milano nei confronti del Presidente Berlusconi è una decisione del tutto in linea con le risultanze delle indagini da noi conosciute». Così hanno commentato i parlamentari del Pdl ed avvocati del Cavaliere Niccolò Ghedini e Piero Longo. «Per quanto attiene invece la richiesta di rinvio a giudizio per Paolo Berlusconi – continuano i due – sarà agevole, proprio da una attenta lettura degli atti di indagine, dimostrare l’insussistenza dei fatti e comunque la sua assoluta estraneità a questa vicenda».
Di «stupore» per la decisione della magistratura parla, invece, la piddina Marina Sereni. «La registrazione della telefonata venne fatta ascoltare, secondo i resoconti che è stato possibile leggere dalla stampa, direttamente al presidente del Consiglio nella sua Villa di Arcore e il regalò venne consegnato da chi aveva illegalmente trafugato tali materiali per ragioni squisitamente politiche». Duro il leader dell’Italia dei Valori Di Pietro. «Come al solito, ancora una volta, Silvio Berlusconi se la cava scaricando tutte le sue responsabilità sul fratello Paolo. Era già successo in occasione dell’inchiesta sulla corruzione della Guardia di Finanza, durante Mani Pulite, e sta succedendo ora con la richiesta di archiviazione della sua posizione». Secondo l’ex magistrato «Berlusconi di fatto risulta essere l’utilizzatore finale delle false accuse a Fassino per la vicenda Unipol e, al di là delle responsabilità penali, è stata commessa una violazione enorme delle regole processuali e del segreto istruttorio al fine di screditare l’avversario politico».

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