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Costa d’Avorio, verso la guerra civile

ROMA – Lo spettro di una seconda guerra civile aleggiava ormai da tempo in un Paese, la Costa d’Avorio, spaccato in due da un conflitto etnico – politico, ma gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno lasciato poco spazio alla speranza di una risoluzione pacifica dello stallo istituzionale che si protrae da otto anni.

Due uomini per una sola poltrona: Laurent Gbagbo, presidente uscente, si rifiuta di accettare Alassane Ouattara come suo successore alla guida del Paese, nonostante la commissione elettorale lo abbia incoronato vincitore con il 54,1% dei voti. Il Consiglio costituzionale, controllato dallo stesso Gbagbo, ha di fatto sconfessato il risultato delle elezioni del 28 novembre, adducendo a pretesto una serie di ragioni che hanno l’aspetto di meri cavilli legali. Un decreto che i sostenitori di Ouattara hanno mal digerito, riversando nella capitale Abidjan disordini e marce di protesta. Rivolte che hanno provocato decine di feriti e almeno 9 vittime, anche se il loro numero sembra sia di gran lunga superiore. In un primo momento i ribelli fedeli a Ouattara avevano deciso di muovere alla conquista dell’emittente televisiva di Stato RTI, legata a Gbagbo e di fatto unica voce informativa del Paese. Ma la dura repressione da parte di esercito e polizia li ha fatti desistere. A contendersi il potere, infatti, sono due opposte fazioni che ricalcano la divisione tra Nord e Sud del Paese: il primo, a maggioranza musulmana, fedele a Ouattara, il secondo, filogovernativo e cattolico, a sostegno dell’ex presidente Gbagbo. A sottolineare la delicatezza della situazione i circa 800 caschi blu dell’Onu, che si sono posizionati intorno all’hotel Du Golf, quartier generale di Alassane Ouattara, per garantire incolumità alla sua persona.

La comunità internazionale sembra seriamente preoccupata per il riproporsi di un’ennesima guerra civile in uno degli Stati più ricchi dell’Africa occidentale, nonché tra i maggiori produttori di cacao. A otto anni di distanza, infatti, la controversa figura dell’ex presidente Gbagbo continua a esercitare una forte influenza su esercito e istituzioni, rendendo improbabile un suo ritiro in favore del candidato eletto democraticamente. Inutili gli appelli del segretario generale Onu Ban Ki Moon e degli Stati Uniti, mentre il Consiglio di sicurezza avverte che “i responsabili di attacchi contro i civili saranno portati davanti alla giustizia in base alle leggi di diritto internazionale”. Avvertimenti che non sembrano spaventare Gbagbo, così come inascoltato è rimasto il monito a farsi da parte a lui indirizzato dall’Unione Europea dietro minaccia di sanzioni, quali blocco dei beni all’estero e divieto di accesso al territorio comunitario, già applicate a undici personalità ivoriane legate all’ex presidente. Preoccupata anche Catherine Ashton, Alto Rappresentante Affari Esteri e Politica Sicurezza Onu, che lancia un appello “affinché tutte le parti restino calme e mantengano l’autocontrollo”, sottolineando che “la responsabilità finale della crisi politica è di quanti impediscono un trasferimento rapido e pacifico dei poteri al presidente eletto Alassane Ouattara”. Quest’ultimo, dal canto suo, rivendica un’investitura democraticamente scelta, esortando i suoi sostenitori a “non farsi distrarre da questa dittatura dei carri armati”. L’ex presidente, per tutta risposta, mette in guardia francesi e comunità internazionale dall’interferire negli affari interni del Paese, restando saldamente ancorato alla sua poltrona e dimostrando di volerla difendere a tutti i costi. Mentre si teme per le migliaia di stranieri che ancora risiedono nel Paese, la scadenza del mandato dei caschi blu, prevista per il 20 dicembre prossimo, rischia di precipitare la popolazione in un clima di incertezza e abbandono ancora maggiori, facendo venir meno quel senso di sicurezza, seppur minimo, che la presenza di una forza internazionale comunque garantisce. Presenza messa in forte discussione dallo stesso ex presidente che, per bocca dei suoi ministri, ha già annunciato la cacciata delle forze internazionali di pace, riconoscendo la sostanziale inutilità e inefficacia della loro missione. I caschi blu, promette Ban Ki Moon, comunque resteranno al di là del loro mandato, documentando eventuali violazioni di diritti umani. Difficile prevedere, però, quanto e come saranno tollerati in un territorio che rischia di essere travolto, per la seconda volta dal 2002, da un’escalation di violenza senza esclusione di colpi. 

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