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Cronache dal sottosuolo

La parola omicidio viene dal latino homicidium ed è una parola composta da homo, uomo, e cidium, dal verbo caêdere che significa tagliare, abbattere ed, estensivamente, uccidere, immolare.

La cronaca nera italiana ogni giorno dà notizia di efferati omicidi che turbano le coscienze dei cittadini preoccupati di veder sorgere improvvisamente accanto a loro la mano criminale di un omicida. Spesso l’omicida, a meno che non si tratti di un delitto da ascrivere alla criminalità organizzata, viene descritto dai conoscenti come una persona per bene, con un comportamento civile e ineccepibile, vedi il caso degli assassini di Sara Scazzi.
Con questa nuova rubrica di cronaca nera ci vorremmo occupare, dall’inizio del prossimo anno, di questi omicidi ‘assurdi’ e apparentemente incomprensibile a una persona comune, non solo dando notizia dei fatti accaduti, ma anche investigando, sin dal loro primo apparire, le ‘cause’ e i fenomeni collaterali che fanno da corollario a questi crimini contro la persona. Si cercherà inoltre di inquadrali del punto di vista statistico e anche storico cercando nella criminologia delle similitudini antecedenti.

Abbiamo pensato di chiamare questa rubrica ‘Cronache dal sottosuolo’ in omaggio all’opera di Dostoïevski nella quale egli esplora, in racconti come La Mite, i meandri nascosti della psiche umana.
Molti famosi scrittori sono stati affascinati da episodi di cronaca nera. Ne citiamo solo due, Fedor_Dostoïevski, e Albert Camus. Entrambi hanno assistito a processi, vivendo emozioni e drammi interiori – Camus inizia la carriera giornalistica come redattore di cronaca nera – e da alcuni di questi accadimenti hanno tratto opere letterarie importanti.  Lo straniero di Camus e Delitto e Castigo di Dostoïevski sono romanzi dove l’omicidio viene proposto al lettore nella sua disumana assurdità, in modo religioso dal russo e dal punto di vista ateo dal premio Nobel francese.

Da questi due romanzi, che resistono al giudizio del tempo, emergono domande pregnanti, ed inevase, che chiedono i perché dell’omicidio ed anche quali possono essere i moventi inconsci che spingono gli assassini e i loro complici ad efferati delitti che inquietano l’opinione pubblica. Sia gli assassinii come quello di Avetrana, o come quelli chiamati passionali, che gli omicidi del crimine organizzato, sfuggono ad una logica razionale. Nonostante la cultura, inquinata dal freudismo e dal pensiero religioso sulla nascita perversa dell’essere umano, continui a ripetere compulsivamente che siamo tutti possibili assassini e che solo i precetti religiosi e il tappo della ragione possono fermare la nostra mano omicida, qualsiasi persona di buon senso, in fondo, sa che questa storia di Caino appartiene solo a persone malate di mente.

Persone malate che vivono accanto a noi, gente definita ‘normale’ perché non ha un comportamento alterato, ad un certo punto, seguendo una logica delirante, uccidono esseri umani come se niente fosse senza provare orrore per ciò che sta commettendo. Ricordiamo i due omicidi di Novi Ligure, con Erika che affonda per ben ottantotto volte il coltello nel corpo della madre e il massacro di Erba dove Olindo e consorte dopo gli omicidi vanno a farsi una pizza. Gli assassini, sempre condannati perché al momento dell’omicidio erano in grado di intendere e di volere, non possono essere pensati come persone sane di mente che ad un certo momento perdono il ben dell’intelletto. Una persona sana di mente non dà ottantotto coltellate alla madre e poi dice freddamente alle forze dell’ordine che sono stati due extracomunitari. C’è qualcosa che non quadra, ma che cosa?
E allora per capire si deve scendere nel ‘cuore della tenebra’ di queste persone apparentemente sane e capire profondamente che alla base di ogni omicidio volontario c’è sempre l’annullamento delle qualità umane della vittima. La vittima per l’omicida è già morta dentro di sé, solo delirando prima in questo modo, poi, si può ucciderla senza problemi.

Come dicevamo, Camus, negli anni ‘30, giornalista di cronaca, frequentava i tribunali penali. Forse è in quei luoghi di tragedia, dove ‘l’assurdo’ si manifesta assumendo corpo e immagine, che egli inizia a chiedersi i motivi che possono spingere un essere umano ad uccidere un suo simile. Certamente comprende che in quei delitti, così efferati, c’è qualcosa di strano, qualcosa di invisibile che chiamerà ‘assurdo’. Per Camus l’assurdo ha la propria matrice nel nichilismo, nel ‘fare il nulla’, vale a dire la pulsione di annullamento, che determina, in modo delirante, la non esistenza dell’altro facendo perdere, a chi la agisce, il rapporto profondo con la realtà umana. È la pulsione di annullamento, che è, essere per la sparizione dell’altro, che fa diventare gli esseri umani ‘assurdi’, cioè anaffettivi. Certamente Camus comprende che per uccidere un essere umano bisogna averlo ‘ucciso’ psichicamente ma anche, simultaneamente, aver ‘ucciso’ l’umano dentro di sé, essere morti dentro, che significa scindersi in modo delirante e quindi ‘assurdo’ eliminando il senso dell’umano.
La parola ‘assurdo’ ha la sua origine etimologica nel fonema absurdus, che significa dissonante, stonato, ma anche incongruo e, estensivamente, senza senso. ‘L’assurdo’ per Camus, è qualcosa che, pur presente, a volte in modo palese in alcuni esseri umani, non è umano, quindi questa anaffettività è qualcosa di non dato, di non originario.
È da questi assunti che si vorrebbe partire per investigare i fatti di cronaca nera che appaiono giornalmente sui giornali: cercare di comprendere i moventi ‘assurdi’ ed incongrui, per una società civile, che spingono degli esseri umani che hanno perduto la propria umanità a compiere efferati omicidi.

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