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Deerhunter: la sindrome di Cox

Tipo strambo Bradford Cox, leader dei Deerhunter, gruppo proveniente da Atlanta, Georgia: magrissimo di aspetto, anche a causa di una rara malattia che lo affligge, la sindrome di Marfan, si dichiarava gay e vergine ai tempi dell’uscita del precedente doppio album, “Microcastle/Weird era cont” del 2008.

Sulle sue capacità artistiche nulla da discutere, anche se l’unico appunto che poteva essere rivolto ai precedenti lavori dei Deerhunter era sicuramente dovuto all’eccessivo talento che a volte rischiava di mettere troppa carne al fuoco, dando luogo a lavori  affascinanti e originali, ma poco coesi dal punto di vista della qualità e dalla proposta musicale tutt’altro che omogenea.
Ne veniva fuori un noise pop con contaminazioni ambient: “Microcastle”,  osannato da gran parte della critica, combinava questi due elementi, con una parte centrale di brani più d’atmosfera che a mio avviso appesantivano l’intero lavoro.

In “Halcyon digest” sembrano invece correggere il tiro, e il risultato è il loro disco più semplice e immediato, almeno in apparenza, con testi che seppur ancora molto criptici sembrano volgere verso un riflessivo intimismo: tutto questo grazie anche alla produzione di Ben Allen, già artefice del miracoloso “Merriweather post pavilion” degli  Animal Collective.
Se per essere considerato grande un disco ha bisogno di almeno una manciata di brani memorabili, con “Halcyon digest” possiamo stare tranquilli, vista la presenza di almeno tre brani che possono elevarsi al rango di capolavoro.

Pochi battiti di drum machine, un arpeggio di chitarra e la voce sommessa di Cox: così parte “Earthquake”, splendido brano d’apertura dall’andamento onirico, e primo dei tre capolavori presenti nel disco, dream pop allo stato puro.
“Don’t Cry”, “Revival” e “Memory boy” non durano più di tre minuti ciascuno: gioioso indie rock che rimanda a citazioni meno elitarie, Byrds e Rem in primis.
“Sailing” evidenzia le doti canore di Cox, spogliate da qualsiasi artifizio sonoro e supportate solamente da elementari parti di chitarra, brano di un ipotetico disco solista.
“Desire lines” è il secondo capolavoro dell’album: pezzo che nasce da una costola di “Nothing ever  happened” del precedente album, con un refrain in rima immediato (Walking free, come with me Far away, every day) su un tessuto di chitarre mai banali che danno luogo a una lunga coda strumentale, oltre sei minuti di quintessenza rock da tramandare ai posteri.

Il primo singolo scelto è “Helicopter”, con il suo andamento circolare, splendidamente pop nel suo incedere, quasi a bilanciare la drammaticità del testo, ispirato da un racconto dello scrittore americano Dennis Cooper su una prostituta russa: segue “Coronado”, brano che sembra uscito da una session con gli  Strokes,  addirittura un sax a impreziosire il tutto.
“Where did my friends go?” canta Bradford ne “He would have laughed”, terzo capolavoro del disco posto giustamente in chiusura, commovente ballata dedicata al rocker Jay Reatard, recentemente scomparso a soli 29 anni: una “Desolation row” del ventunesimo secolo, virtuosa ninnananna all’apparenza semplice ma che con il passare degli ascolti rivela ben più complesse stratificazioni.
“Halcyon Digest” è la conferma della bontà della proposta musicale dei Deerhunter, gruppo pur sempre di nicchia ma che meriterebbe riconoscimenti più ampi di quelli finora ottenuti: li aspettiamo anche qui in Italia, dove saranno finalmente in tour ad aprile per tre concerti che si preannunciano già da ora imperdibili.

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