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Inps. Anche nel 2011 inutili risparmi ad ogni costo

ROMA – Alla fin fine con riguardo ai favolosi risparmi che l’Inps metterà da parte nei prossimi anni grazie a tagli selvaggi uno dei punti che più infastidisce il cittadino è il sentirsi canzonato, essere preso per i fondelli, schernito, preso in giro.

Dal 2011 si avrà diritto alla pensione di anzianità al compimento di quota 96 per i lavoratori dipendenti e a 97 per gli autonomi, dove i numeri indicano la somma tra l’eta’ anagrafica (minimo 60) e l’anzianita’ lavorativa, dice il boss dell’Inps, Antonio Mastropasqua, ma grazie all’astuto sotterfugio delle ‘finestre mobili’  ossia al periodo che passa tra la maturazione del diritto alla pensione e la sua effettiva riscossione, che è stato fissato a dodici mesi per i dipendenti e diciotto per gli autonomi, si avrà davvero diritto alla pensione 1 anno o un anno e mezzo dopo, quindi con 61 anni di età e 37 di contributi per i lavoratori dipendenti.
Grazie quindi all’invenzione di quella che, alla fin fine è la quota minima non per accedere a pensione ma per poterla richiedere, ottenendola dopo 12 o 18 mesi si contribuirà a portare altro fieno della cascina dell’Inps.
Una cascina che già vanta avanzi da capogiro, oltre 7 miliardi di euro sono infatti restati nelle casse dell’Istituto nel 2009 dopo aver incassato quel che c’era da incassare e pagato quel che c’era da pagare, ed altri 38 miliardi di risparmi arriveranno nei prossimi 10 anni.

E numerose sono le novità soprattutto per le donne che come di consueto negli ultimi anni sono le più colpite, per le dipendenti pubbliche finirà, al 31 dicembre 2011, la possibilità di accedere a pensione di vecchiaia anticipata rispetto ai colleghi uomini e potranno fare la domanda di pensione solo al compimento del 65 anno di età.
Anche le donne dal 1° gennaio 2012 accederanno quindi alla pensione di vecchiaia, grazie al sotterfugio della ‘finestra mobile’, alla tenera età di 66 anni.
Per le signore che lavorano nel privato, ed hanno meno di 40 anni di contributi,  il 2011 è invece l’anno in cui viene di fatto soppressa la possibilità di accedere alla pensione di vecchiaia a 60 anni, anche se tale modifica è solo tra le righe, sempre grazie alla ‘finestra mobile’ ed al fatto che per la pensione di anzianità sono previsti comunque 60 anni di età.
E un confronto va forse fatto, prima della riforma Dini i limiti di età per il pensionamento di vecchiaia erano 60 anni di età per gli uomini e 55 per le donne.

Correva l’anno 1995 e l’aspettativa di vita residua di chi accedeva a pensione di vecchiaia erano queste:
Donna di 55 anni, aspettativa di vita residua di anni 28,377,
Uomo di 60 anni, aspettativa di vita residua di anni 19,426.
Nel 2011, usando le ultime tabelle disponibili che sono quelle del 2007:
Donna di 61 anni, aspettativa media di vita di anni 25,080,
Uomo di 66 anni, aspettativa di vita residua di anni 17,099.
Traendo le dovute conclusioni aritmetiche le donne dovranno lavorare mediamente 6 anni in più per avere 3 anni in meno di pensione mentre gli uomini dovranno lavorare 6 anni in più con una perdita pari a solo, si fa per dire, 2 anni e mezzo di pensione.

A questo va aggiunto, e non è poco, che le attuali aspettative di vita sono calcolate su una popolazione di pensionati che ha potuto accedere al riposo in età meno avanzata e con un assegno in molti casi sufficiente a sostenerli, differente sarà la situazione quando le tabelle relative alla speranza residua di vita sconteranno lavori gravosi protrattisi fino ai 66 anni e pensioni che, per mantenere l’eccellente equilibrio finanziario dell’Inps, non saranno sufficienti a mantenere gli anziani.

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