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Tre coltelli, tre vite umane spente

In pochi giorni dal 20 dicembre a ieri sera tre morti, accoltellati per futili motivi, giacciono negli obitori. ‘Futile motivi’, questa è la formula dei magistrati per indicare quegli omicidi assurdi che insanguinano ogni giorno le strade italiane.

Torino – Tra la notte del 19 e il 20 dicembre Jonatan Rios Davila, un ragazzo di 17 anni di origini peruviane è stato ucciso con un pugnale da incursore, impugnato con fierezza da un connazionale, Miguel Rodriguez, ora in carcere accusato dell’omicidio. Il ‘movente’ del delitto è stato uno sguardo di troppo di Jonatan ad una ragazza del gruppo rivale.

Napoli – Dopo una lite per motivi di viabilità, sfociata in una rissa tra un gruppo di immigrati e degli abitanti locali, un uomo di origine ivoriana, Sevin Akua, ha ucciso a coltellate Ferdinando Caccavale, un  pregiudicato italiano. Secondo quanto ricostruito dalla polizia, Caccavale ha urtato l’ivoriano mentre percorreva con il proprio mezzo via Guerra. Da lì è partita la lite, la quale dopo alcune ore si è trasformata in rissa tra l’ivoriano e alcuni suoi compatrioti e Caccavale e i suoi parenti. Una rissa a colpa di spranghe e coltelli, uno dei quali, utilizzato dall’ivoriano, ha ferito mortalmente il Caccavale.

Sempre in provincia di Napoli, a Licola, il 26 dicembre intorno alle 23.00, Antonio Chiaro un 22enne intervenuto per sedare una lite furibonda tra due coniugi, è stato colpito con un coltello da cucina, con una lama di 22 centimetri, all’emitorace sinistro da Giovanni Riccio, un vicino di casa con precedenti penali. Il Chiaro è morto dopo tre ore di agonia ancor prima che i medici potessero intervenire. L’omicida è stato catturato subito dopo da una pattuglia della Polizia  – e portato via in tutta fretta dalla casa assediata da una folla inferocita che voleva vendicare l’uomo ferito mortalmente –  mentre questi tentava di occultare l’arma del delitto.

“Siamo al cospetto di un altro caso in cui la normalità subisce un’eclissi, con conseguenze che sono una vita spezzata e un’altra rovinata”. Così il procuratore di Torino, Gian Carlo Caselli, ha commentato l’omicidio di Jonatan Davila Rios. “Si tratta – ha continuato – dell’ennesimo episodio di violenza che esplode per un nonnulla, coinvolgendo numerosi giovani da una parte e dall’altra. Una violenza senza motivazioni che ha conseguenze estreme”.

Sia per l’omicidio commentato dal procuratore di Torino Caselli, sia per gli altri due omicidi si rimane sgomenti e attoniti a chiederci il perché di tanta violenza che spezza per sempre sia la vita della vittima, sia quella dell’omicida, sia quella delle persone che vivono con dolore e con rabbia la morte insensata delle persone amate. Ci si chiede perché questi assassini se ne vanno in giro armati di coltello, addirittura con un pugnale da ‘incursore’ nel caso del ragazzo di Torino.

Ci si chiede soprattutto cosa sia questa ‘eclissi della normalità’ di cui parla Caselli. Le risposte non sono facili. È certo però che a un’eclissi dell’etica civile e del rispetto della dignità umana, corrispondono sempre fenomeni dove la violenza contro la persona, che arriva fino alla distruzione di un essere umano, viene agita. Se ad un essere umano viene proposto, da subito, dai genitori, dalla politica e persino dalla Chiesa una violenza visibile ed invisibile verso l’altro da sé e una logica razionale utilitaristica che propone il dominio del più forte nei confronti del più debole, del più furbo nei confronti del non furbo, egli, se non avrà una dimensione psichica umana per difendersi da questa colonizzazione della mente, non potrà far altro che aderire a questa logica disumana di sopraffazione dell’altro da sé, e naturalmente utilizzerà gli strumenti che avrà a disposizione.

Un politico si farà le leggi ad personam; un primate della Chiesa con il suo potere occulto coprirà i criminali pedofili; un commerciante ruberà agli altri cittadini non pagando le tasse impoverendo così i già poveri; un industriale del nord manderà i rifiuti tossici ad avvelenare il meridione facendo ammalare di cancro migliaia di persone; un ragazzo delle periferie ucciderà un coetaneo per dimostrare la propria forza; un immigrato sfogherà la sua rabbia per essere sfruttato dal caporalato sul primo uomo che gli capita; un pregiudicato ucciderà un giovane di appena 22 anni che voleva solo difendere una donna.

Chi è il più violento?

Chi è il più criminale?

Chi è criminogeno?

A questa ultima risposta sappiamo in parte rispondere. Sappiamo che chi crea questa violenza invisibile che a volte si palesa in questi assurdi crimini, non è certo l’immigrante che impugna un coltello per difendere quel poco di dignità che ancora gli hanno lasciato i suoi sfruttatori da un assalto di italiani poveri e sfruttati quasi quanto lui.

Sappiamo anche che per togliere la vita ad un essere umano in questo modo si deve aver perso la speranza di essere ancora un essere umano che vive in comune la vita con altri esseri umani.

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