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Afghanistan: l’Italia piange un altro suo figlio morto

ROMA- Oggi 3 gennaio l’Italia si ritrova a piangere il suo trentacinquesimo militare rientrato dall’Afghanistan avvolto nel tricolore.

Alle 11 di stamani, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, a Roma, si sono svolti i solenni funerali dell’alpino Matteo Miotto, ucciso il 31 dicembre scorso, nel Paese asiatico, dal colpo sparato da un cecchino.  La bara dell’alpino stamani è giunta alla Basilica di Santa Maria degli Angeli accolta dagli applausi della folla presente in piazza. Portata a spalla dai suoi commilitoni, è entrato nella chiesa dove la banda dell’Esercito ha intonato il ‘Signore delle cime’, canto tradizionale degli alpini. La commozione ha coivolto tutti anche all’uscita dalla chiesa quando la bara del giovane alpino è stata portata a spalla sempre dai commilitoni in lacrime. “

 

Il nostro Matteo, discepolo dell’Agnello è stato chiamato a partecipare all’umana solidarietà nel dolore diventando un agnello che purifica e redime, secondo l’amorosa legge di Cristo, un sacrificio offerto per il dono della pace. La sua bara, avvolta dal tricolore, è come una piccola ma preziosa reliquia della redenzione che si rinnova nel tempo. Il nostro dolore è affine a quello di Cristo in una confluenza del sangue di Matteo nel fiume salvifico del Redentore”. In queste parole, pronunciate nel corso dell’omelia da monsignor Pelvi, vi è racchiuso tutto il valore, spirituale e umano, del sacrificio del giovane alpino. Matteo sapeva dei rischi che correva, ma ancor di più sapeva che quello che faceva era per una giusta causa. Il 4 novembre scorso aveva scritto una lettera raccontando della sua esperienza in Afghanistan iniziata nel mese di luglio scorso. In un passaggio scriveva: “…ogni metro potrebbe essere l’ultimo, ma non ci pensi…”. E ancora in un altro passo si legge:”…Veniamo accolti dai bambini che da dieci diventano venti, trenta, siamo circondati, si portano una mano alla bocca ormai sappiamo cosa vogliono: hanno fame… è un via vai di bambini che hanno tutta l’aria di non essere lì per giocare… Quel poco che abbiamo con noi lo lasciamo qui. Ognuno prima di uscire per una pattuglia sa che deve riempire bene le proprie tasche e il mezzo con acqua e viveri: non serviranno certo a noi…”.

 

Monsignor Pelvi nel ricordare questa lettera ha voluto sottolineare la ricchezza umana che Matteo ha lasciato a tutti. Da questo giovane, ha concluso l’Arcivescovo, arriva un invito a non cedere allo sconforto e alla rassegnazione. Con la Preghiera dell’Alpino e la benedizione del feretro si è conclusa la cerimonia funebre. La salma del caporal maggiore, dopo la cerimonia a Roma, è partita per Thiene, in provincia di Vicenza, la città natale dell’alpino, dove dopo le 18 sarà allestita la camera ardente in municipio che resterà aperta al pubblico sino alle 24 di oggi e poi, dalle 8.30 alle 10 di domani. Domani poi, i suoi concittadini gli daranno l’ultimo saluto. Nel Duomo della cittadina veneta verrà celebrata una messa funebre in forma privata. Ai funerali però, dovrebbe prendere parte anche il Presidente del Veneto, Luca Zaia. Per volontà dei familiari la bara di Matteo è stata trasportata a Thiene in auto. Un viaggio che ha permesso al giovane di ricevere anche il ‘saluto’ di chi ha voluto rendere omaggio ad un altro ‘eroe italiano’. Matteo sarà sepolto nel locale cimitero nell’area riservata ai caduti di guerra dove il giovane aveva espresso il desiderio di essere sepolto prima di partire per l’Afghanistan. Matteo era di guardia in un avamposto in Afghanistan nella valle del Gulistan. Un ‘forte apache’ tenuto da una quarantina di alpini del settimo reggimento di Belluno in un territorio ostile e in cui la presenza Talebana è molto forte. Ieri è stata anche data la spiegazione medico-legale sulla sua morte. Il medico legale ha stabilito che per Matteo la morte è stata immediata perché colpito mortalmente da un solo colpo sparato da un’arma da fuoco. “per il militare non c’era nessuna possibilità di sopravvivere”, ha spiegato il medico dell’Istituto di Medicina legale dell’Università La Sapienza di Roma, dove è stata eseguita l’autopsia. Il caporal maggior degli alpini è stato colpito fra il collo e la spalla in un punto che non era protetto dal giubbotto antiproiettile. Prima che partisse per l’Italia i compagni d’armi di Matteo ad Herat, in Afghanistan, gli hanno voluto dare l’ultimo saluto e poi lo hanno accompagnato all’aeroporto. Molti di loro dovevano rientrare insieme a Matteo in Italia fra qualche settimana. Il distacco è stato commovente.

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