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ROMA – Ma cosa sta succedendo in Nigeria? Sono passati alcuni mesi quando, da Ginevra, un portavoce dell’Onu aveva annunciato la morte di centinaia di bambini per inquinamento da piombo e l’invio per accertamento di una squadra di tecnici in Nigeria che la stessa Onu, adesso, lancia un grido di allarme.

Sulla base di quanto emerso da un rapporto stilato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, OMS, Medici senza Frontiere e Unicef la situazione è più grave di quanto previsto. I casi di intossicazione sono altissimi (si stimano intorno ai 18mila) e le inchieste effettuate dall’Unep, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente e dall’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), hanno stabilito che la causa principale delle morti è dovuta ad avvelenamento da piombo.

Dagli accertamenti il piombo è presente non solo nelle sorgenti, ma anche nell’aria e nel suolo. Le analisi hanno rilevato livelli superiori al limite di normale tollerabilità, con picchi che superano di dieci volte il limite consentito dalla legge. Addirittura si parla di livelli di mercurio nell’aria superiori di 500 volte il massimo consentito. Ragioni che hanno spinto l’Onu a chiedere alle autorità nigeriane di farsi carico della situazione con interventi specifici e una politica mirata. L’inquinamento da piombo è dovuto soprattutto dall’estrazione dell’oro. “Nella regione ci sono miniere d’oro e la popolazione porta a casa terra e fango per estrarne il prezioso metallo”, ha dichiarato la portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Oca) Elysabeth Byrs. Il fatto è complicato la Nigeria vive soprattutto di sfruttamento minerario, e con una popolazione di 140milioni con un tasso di disoccupazione attorno al 20% risulta difficile per il Governo bloccare l’estrazione illegale.

A tenere alta la questione inquinamento è anche la continua fuoriuscita di greggio dagli oleodotti petroliferi che per incuria, distrazione e sabotaggio continuano a sversare tranquillamente idrocarburi nell’ambiente. L’ultimo disastro, in ordine di tempo, risale a marzo scorso quando una frattura nell’oleodotto della multinazionale americana Exxon Mobil, nel delta del Niger, provocò la fuoriuscita di migliaia di tonnellate di oro nero. Il fatto suscitò molte polemiche perché le principali testate e i media mondiali non dettero alcun risalto alla faccenda, dando spazio principalmente all’analogo caso nel Golfo del Messico. Attualmente c’è preoccupazione sullo stato di salute di uno dei più bei fiumi del mondo. Il delta del Niger sta letteralmente scomparendo sotto una crosta di melma nera. Già due anni fa Amnesty International pubblicò un rapporto in cui accusava la Shell, e anche l’Eni consociata con la Nigerian Agip Oil Company, di responsabilità verso la popolazione nigeriana costretta a subire un inquinamento e uno sfruttamento senza alcun controllo da parte dello stesso governo.

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