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ROMA – E’ in uscita domani nelle sale “Kill me please” il film del regista belga Olias Barco  che ha vinto il Marc’Aurelio d’Oro come miglior film alla 5^ edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.

“Kill me please” (Uccidimi, ti prego) è il film che ha tratto d’impaccio la giuria del Festival di Roma, presieduta da Sergio Castellitto. Arrivati agli ultimi giorni della programmazione dei film in concorso, i giurati erano molto divisi e in disaccordo sull’assegnazione del premio come miglior film. Poi è arrivato “Kill me please” ed è stata una liberazione per tutti, nel senso che intorno a questo film i personalismi si sono smussati e il tanto agognato compromesso è arrivato, soprattutto per il presidente Castellitto giunto alla fine  della kermesse festivaliera visibilmente in affanno.

In un bianco e nero sfolgorante ci si presenta un maniero per niente rassicurante gestito da un dottore che amministra e offre assistenza ad aspiranti suicidi. In questa società contorta anche la “dolce morte” diventa un business e la galleria di pazienti in cerca di passare a miglior vita è stramba e caricaturale, ma non lontana dalla realtà odierna che cerca di affrontare con risultati alterni il difficile tema dell’eutanasia. C’è il malato di cancro e c’è il depresso, c’è il fanatico guerrafondaio e c’è l’artista sfiorito. Per tutti l’accoglienza è gentile e caritatevole e se poi per raggiungere lo scopo c’è anche bisogno di un goccio di veleno, la clinica fornisce anche quello.
A prima vista parrebbe una storia ai confini della realtà, ma così non è, una siffatta clinica esiste davvero, si trova in Svizzera ed ha il nome rassicurante di “Dignitas”. Infatti all’inizio il film avrebbe dovuto avere questo titolo poi, di fronte alle rimostranze dei proprietari e alla prospettiva di future cause legali, il regista Barco e la sceneggiatrice Malandrin hanno desistito ed hanno optato per il più ironico “Kill me please”.
Per questo film si è parlato di cinema dark e soprattutto splatter, nel senso che le scene di violenza sono così esagerate e ridondanti da risultare, alla fine, grottesche ed ilari. Questo è vero ma con una variante che rende il film più gradevole: l’utilizzo di un bianco e nerissimo che rende le scene più forti e granguignolesche sempre lontane da un non voluto effetto verità.

Bisogna sempre plaudire alla realizzazione di film indipendenti di fattura superiore, quale è “Kill me please” ma l’impressione ultima è che manchi un tassello, una nota, un ciack per farne un qualcosa di veramente speciale. Sarà forse la mancanza della musica, oppure l’eccessiva caricatura dei personaggi o magari l’oggettiva debolezza dei dialoghi ma l’alea del “non risolto” rimane negli spettatori allo scorrere dei titoli di coda, impressione non teorica ma riscontrata sul campo allorché abbiamo assistito alla proiezione allestita per il pubblico al Festival dove, a luci accese, qualche fischio, bùùùùù e commento salace sono scappati tra gli spettatori.  

Trailer



Trailer fornito da Filmtrailer.com

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