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Shoah. Se il ricordo diventa memoria …

ROMA – Domani 27 gennaio, verrà celebrato, come tuti gli anni il ‘giorno della memoria’, per ricordare e far sapere, a chi non ha vissuto l’esperienza del nazismo e della shoah, i tragici accadimenti che videro protagonisti esseri umani di etnia e/o di religione ebraica.

Vorremmo qui, in queste pagine, partecipare a modo nostro a questa giornata, cercando di capire, più profondamente possibile, cosa fu la shoah, e cosa fare perché questo immenso dramma storico, per il numero dei morti e per la crudeltà, non venga né annullato, né mistificato, né abbia una valenza ipocrita nel cuore e nella mente degli italiani.
Anche se, apparentemente, queste tragedie appartengono ad un passato lontano da noi che viviamo in un paese, apparentemente, democratico, non sconquassato da guerre tribali, né da ‘pulizie etniche’, in realtà, sappiamo benissimo, che tutto questo non è un fatto temporale, ma meramente spaziale, in quanto ciò che è accaduto agli ebrei cinquant’anni fa, è accaduto, certamente in modo numericamente minore, solo qualche anno fa nel Ruanda, o nella vicina ex Iugoslavia. È accaduto come dicevamo in modo numericamente minore ma non in modo meno disumano e crudele.
Tutto questo per dire che, se ciò che è accaduto continua ad accadere, significa che raccontare la storia e ricordarla, nel modo in cui è stato fatto finora, non è servito a nulla o è servito troppo poco. Ci chiediamo che differenza ci sia tra i proclami contro gli extracomunitari dei leghisti in camicia verde e i proclami  contro il popolo ebraico o polacco dei nazisti in camicia nera.
Questa è un’altra dimostrazione che la storia ricordata in questo modo non è servita a nulla: subumani erano gli ebrei per i tedeschi, subumani sono gli extracomunitari per buona parte degli italiani, subumani perché di un dio minore sono i mussulmani per i cattolici. Lo ha detto nel discorso di Ratisbona Ratzinger, il loro pastore tedesco.

Se è importantissimo che vi sia il giorno della memoria per ricordare la shoah, come momento di riflessione sul passato, è anche indispensabile che questa giornata divenga un momento di riflessione e di ricerca su cosa e chi intorno a noi vuole costantemente ripristinare differenze razziali, etniche e religiose che hanno il solo scopo di far in modo che una certe parte di disumanità sfrutti una certa parte di umanità.
La giornata della memoria non deve essere un momento di contrizione per chiedere perdono a dio dei peccati degli assassini. Non è stato ucciso nessun dio, non facciamoci ingannare da queste elucubrazioni religiose, sono stati uccisi sei milioni di esseri umani, e li hanno uccisi esseri umani apparentemente come noi, che avevano perso il senso dell’umano come lo hanno perduto gli psicotici che riempiono le pagine dei giornali con i loro crimini e violenze contro l’altro da sé.

E a questi psicotici hanno aderito milioni di donne e uomini che, non volendo veder ciò che stava accadendo sono diventati loro complici, come sono complici dei politici della Lega coloro che li votano. Non ci si deve masturbare sul passato per non vedere il presente, non si deve partecipare alla giornata della memoria e poi tornare a casa e votare Lega Nord perché significa avere una scissione interna, che è la strada maestra per la dissociazione mentale, per il non essere.
Apparire contriti per la tragedia della shoah per un giorno e poi umiliare e sfruttare, come animali, degli esseri umani, per  il resto dei trecento cinquantuno giorni dell’anno, non solo non ha senso, ma non serve a evitare tragedie come quella ricordata quell’unica giornata.
La verità va raccontata tutta. Una verità parziale non solo non serve ma deturpa anche quel poco di verità che viene liberata dalle sue prigioni. La verità va raccontata tutta legandola soprattutto al nostro vissuto quotidiano, se no continueremo a vivere come esseri umani dimezzati, con la mano destra che non sa cosa fa la sinistra.
Per uscire da questa scissione imperante, a tutti i livelli, nella nostra società cattolica dove il principio di responsabilità individuale viene religiosamente soffocato da confessione, assoluzione, comunione, si deve intraprendere un’altra strada.

Pensiamo che sia importante che si continui ad andare campo di concentramento di Auschwitz, per capire come funzionava razionalmente ciò che Hanna Arendt ha chiamato ‘La banalità del male’. Pensiamo però che sia altrettanto importate andare a vedere film come La vita è bella di Roberto Benigni o Schindler’s list di Steven Spielberg. Questo perché entrambi i film indicano la strada per trasformare il ricordo di quei fatti tragici in memoria inconscia, in immagini di vita per separarsi da un destino di morte e distruzione al quale la nostra cultura ipocrita farcita di religione vuole legarci per sempre. Benigni disegnando un uomo buono in mezzo al disumano e Spielberg facendoci assistere, in una scena memorabile che è la chiave per comprendere la trasformazione umana del protagonista, parliamo della scena in cui una bambina con un cappottino rosso si muove come una grido di speranza nel grigiore della pellicola, ci rappresentano la trasformazione del ricordo fatto di figure inanimate in memoria fantasia, che può veramente trasformare la nostra immagine interna in etica umana.
Quel passato non tornerà più se quei ricordi orribili, perché disumani, si trasformeranno in memoria che si depositerà nel profondo di noi stessi divenendo immagine inconscia che sarà il contenuto/verità di quella realtà storica; un’immagine interna che da sola può dare senso agli accadimenti e permetterci di riconoscere il disumano quando riappare, magari nel capufficio che si comporta come un capò, o nel presidente del consiglio  amico e alleato di un tizio che fa uccidere i giornalisti scomodi. E se potesse lo farebbe volentieri anche lui, lo ha mimato qualche anno fa.
Per separarci veramente da un passato assurdo e farlo diventare una vuota pelle di lupo, che non può più nuocere a nessuno, dobbiamo trasformare le immagini interne andando a ricercare momenti di bellezza che affermino l’esistenza della vera realtà umana anche dentro una storia tragica.
“Così, in mezzo ai clamori e alla violenza tentavamo di conservare nel cuore il ricordo di un mare placido, di una collina indimenticabile, il sorriso di un volto caro. Era, infatti, la nostra arma migliore, quella che mai riporremo. Perché se un giorno la perdessimo, allora saremmo morti come voi”. Questo scriveva Camus nelle sue ‘Lettere ad un amico tedesco’, per suggerire che non è con la rabbia e l’odio che si cambia la storia dell’umanità ma conservando dentro di noi le immagini felici che ricordano l’umano.
Queste immagini di vita si trovano anche visitando la casa  di Anne Frank. In quella casa, vi sono foto emblematiche come quella di cinque o sei prelati di rango che salutano con il braccio alzato, come i nazisti. Più oltre vi sono altri i segni di vita vissuta, come le foto del viso sognante di una ragazza di tredici anni piena di vita che voleva solo vivere, scrivere, amare. Può accadere che in quella casa si possa gridare in silenzio, e piangere senza lacrime perché le immagini di quella stanza, dove lei appendeva le foto delle attrici che ritagliava dai giornali, sono così disperatamente vive da diventare rifiuto del disumano, che incontriamo, ogni giorno dell’anno, intorno a noi.

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