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ROMA – Raniero Busco è stato condannato a 24 anni per l’omicidio di Simonetta Cesaroni avvenuto il 7 agosto 1990 nello stabile di Via Poma.

Il Pm aveva chiesto l’ergastolo. Subito dopo la lettura della sentenza ci sono stati momenti di tensione nell’aula della terza Corte d’assise di Roma. Brusco è praticamente fuggito dall”aula bunker visibilmente scosso,  trattenuto dal fratello e dalla moglie Roberta Milletari, mentre molti dei presenti urlavano frasi di disapprovazione nei confronti del verdetto. Dopo oltre vent’anni arriva così la conclusione giudiziaria di questa intricatissima vicenda, in cui trovò la morte una giovane ragazza di 21 anni.

Il 7 agosto del 1990 Roma è semideserta. Sono le 23.30 quando in via Carlo Poma 2, a Roma, Simonetta Cesaroni,  viene trovata morta, straziata da 29 coltellate, negli uffici dell’Associazione italiana alberghi della gioventu. L’autopsia accerterà che la sua morte è avvenuta tra le 17.30 e le 18.30. Il suo corpo viene ritrovato dalla sorella Paola, la quale, preoccupata, si reca nell’ufficio insieme al fidanzato e al datore di lavoro di Simonetta. La ragazza ha subito 29 colpi di tagliacarte, tutte profonde circa 11 centimetri. Alcune sono mirate al cuore, alla giugulare e alla carotide. Ad ucciderla, tuttavia, è stato un trauma alla testa. L’ipotesi degli investigatori è che le coltellate siano state inferte sul cadavere per depistare le indagini. Simonetta è seminuda, ha solo un top di seta, ma non ha subito violenza sessuale. L’assassino si è portato via pantaloni, slip, maglia a righe. Il reggiseno è arrotolato sul collo. Sulla porta non ci sono segni di scasso. O Simonetta ha aperto all’assassino o questi aveva le chiavi. Il primo mistero è costituito dall’arma del delitto, mai trovata. L’ipotesi più probabile sembra essere quella di un tagliacarte presente nell’appartamento che, però, non viene analizzato subito. Particolare attenzione è invece concentrata sul computer, che secondo alcuni custodisce il segreto del ‘giallò. Ma la perizia informatica disposta dal giudice nel 1990 si rivela infruttuosa. A ciò si aggiunge l’enigma del biglietto lasciato nella stanza con un pupazzetto e una scritta indecifrabile: «Ce dead ok».

Tuttavia questo in questo clamore mediatico c’è chi pensa che non esista nessuna prova che Busco abbia ammazzato Simonetta. “Una sentenza che forse accontenta qualcuno ma di certo non accontenta il concetto di giustizia” ha detto l’avvocato Paolo Loria, difensore del condannato. Busco -ha ricordato il legale- si è sempre detto innocente e contro di lui ci sono solo indizi e nessuna prova. Questa vicenda meritava una camera di consiglio più lunga. Ora attendo di leggere le motivazioni”.

“Ancora una volta – commenta il crimonologo Francesco Bruno che si dice stupefatto per il verdetto –  si dimostra come i giudici di primo grado risentano delle ipotesi accusatorie. Busco sarà certamente assolto in appello ma sarà ben difficile cancellare quel marchio che gli hanno appiccicato addosso. Speravo che infine si tenesse in maggiore considerazione la fragilità accusatoria e che nel dubbio si arrivasse ad una soluzione più ragionevole.”

Soddisfazione arriva dalla famiglia dei Cesaroni: “Siamo state premiate io e mia madre anche perchè abbiamo sempre creduto nel lavoro degli inquirenti, qualunque direzione andasse – ha detto Paola, sorella di Simonetta – questa sentenza rappresenta la fiducia nelle istituzioni, che non abbiamo mai perso”.

Dello stesso parere l’avvocato di parte civile del Comune di Roma Andrea Magnanelli, che ha così commentato il verdetto: “Domani Roma si sveglia con un mistero in meno”.

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