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Si temono ripercussioni sulla produzione petrolifera in Libia e gli analisti si spingono a temere nazionalizzazioni qualora ci fosse un cambio ai vertici della guida del Paese. “E’ in corso sia il rimpatrio dei famigliari dei propri dipendenti, come già previsto a seguito della chiusura anticipata delle strutture scolastiche nel Paese, sia dei dipendenti non strettamente operativi”, dice una nota. “In questo momento Eni non ravvisa alcun problema agli impianti e alle strutture operative. Le attività proseguono nella norma senza conseguenze sulla produzione. Eni, tuttavia, sta provvedendo a rafforzare ulteriormente le misure di sicurezza a tutela di persone e impianti”, conclude il comunicato. Intorno alle 14,40 il titolo cede il 4,30% a 17,53 euro dopo avere toccato un minimo intraday a 17,45 euro. Scambi pari a 33,3 milioni di pezzi, ben sopra la media giornaliera di 15,7 milioni. Lo stoxx europeo oil&gas cede lo 0,6%. Saipem (SPMI.MI: Quotazione) cede il 2,7%, mentre Snam (SRG.MI: Quotazione) arretra dell’1,41%. “Si temono impatti sulla produzione a causa dei disordini nel Paese”, osserva un analista di una banca d’affari italiana. “E’ evidente che il titolo risente di quello che sta accadendo in Libia. L’Italia ha molto rapporti con la Libia e quindi l’impatto c’è”, sottolinea un trader. Un altro ipotizza anche lo scenario “di nazionalizzazione qualora ci fosse un cambio di potere nel Paese”.

Eni è il primo operatore internazionale in Libia dove è presente dal 1959. Nel 2009 la produzione di idrocarburi in quota Eni in Libia è stata di 244 mila barili di olio equivalente al giorno, pari al 13% circa dell’intera produzione del gruppo.La Libia è anche un importante fornitore di gas verso l’Italia. Un portavoce del gruppo italiana dice che non ci sono cambiamenti nell’attività produttiva rispetto alle ultime 24 ore. Eni è presente nel Paese con propri dipendenti trasferiti, con maestranze locali e con contrattisti di diverse nazionalità. 

Altre major europee hanno annunciato di avere iniziato ad evacuare parte del proprio personale, come la norvegese Statoil, l’austriaca Omw e la britannica Royal Dutch Shell. L’attività produttiva ed esplorativa del gruppo guidato da Paolo Scaroni è condotta nell’offshore del Mar Mediterraneo, di fronte a Tripoli, e nel deserto libico. A fine 2009, secondo quanto si legge dal sito del gruppo italiano, Eni era presente in 13 titoli minerari, per una superficie complessiva di circa 36.374 chilometri quadrati (18.165 chilometri in quota Eni). Gli asset in produzione e sviluppo posseduti da Eni sono stati raggruppati in sei aree contrattuali. (onshore e offshore) regolate secondo lo schema di Production Sharing Agreement (PSA).

Il gasdotto GreenStream, lungo circa 520 chilometri e dal diametro di 32 pollici, collega Mellitah, sulla costa libica, con Gela, in Sicilia, attraversando il Mar Mediterraneo dove raggiunge una profondità massima di 1.127 metri. Eni ha inoltre in corso le rinegoziazione di alcuni contratti “take or pay” a lungo termine. Infine, il gruppo è presente nel Paese anche nel settore ingegneria e costruzioni.

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