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ROMA – Il domino dei regimi totalitari degli Stati Mediterranei iniziato con la Tunisia, passato per l’Egitto e ora culminato con la Libia, sta di fatto risvegliando il ruolo degli Stati Uniti nel Mediterraneo.

Gli Usa si dicono infatti pronti ad aiutare gli oppositori al regime di Gheddafi e si fa sempre più netta la posizione dell’amministrazione americana nei confronti di quanto sta succedendo nel paese nord africano.
La telefonata poi di Obama ai leader politici di Francia, Italia e Inghilterra di qualche giorno fa, sulla necessità di rispondere “immediatamente” alle violenze in Libia, suona un po’ come un voler rispolverare quel ruolo di “poliziotto del mondo” che l’America aveva da sempre ricoperto fino alla caduta del muro di Berlino e al disgregamento dell’Urss.

Il disimpegno russo nel Mediterraneo e le campagne militari in Iraq e Afghanistan avevano richiesto il rafforzamento del dispositivo navale Usa, nel Golfo Persico e nell’Oceano Indiano, a scapito della presenza delle forze Usa presenti nel bacino del Mediterraneo. Ora con la crisi libica, gli Usa si rendono invece conto della necessità di dover tornare ad incrociare in queste acque, in pratica ad esercitare un ruolo leader utilizzando il potere marittimo.
Ma che cosa è il potere marittimo? Una volta si chiamava “politica delle cannoniere”, ovvero quando una potenza navale mandava le proprie navi da guerra ad incrociare al largo delle acque territoriali di una nazione, nei confronti della quale voleva esercitare una politica di dissuasione, mostrando la minaccia di intervenire sui traffici marittimi; in parole povere significava risolvere le tensioni internazionali, da parte delle grandi potenze, mandando delle unità navali militari nelle zone di crisi per intimorire i potenziali avversari.

Oggi il potere navale redivivo si realizza nel controllo del mare, ossia delle comunicazioni mercantili marittime, delle attività estrattive off shore e degli oleodotti e gasdotti sottomarini. Il controllo delle comunicazioni avviene mediante un sistema  nel quale  una flotta  militare  permette a uno Stato di proiettare potenza fuori dai suoi confini.
Una flotta di una marina moderna come quella degli Stati Uniti permetterebbe di esercitare diverse forme di proiezione di potenza e non solo in campo marittimo ma anche in campo terrestre, con l’utilizzo dell’enorme forza anfibia espressa dai Marines, o anche nei cieli con i reparti aerei imbarcati sulle sue portaerei a propulsione nucleare.
Che poi un’invasione terrestre si possa chiamare “missione umanitaria” e un predominio dei cieli invece venga definito una “no fly zone”  diventa solo un fatto di etichetta.
Se poi aggiungiamo il recente passaggio nel Mediterraneo, attraverso il canale di Suez, di due navi da guerra iraniane, l’Occidente (ma nella fattispecie gli Stati Uniti) ha di che interessarsi a riprendere un ruolo di controllo nel Mediterraneo.
Certamente due navi, rispetto alle flotte militari della Nato, sono cosa meramente simbolica, ma in grado comunque di impensierire per una certa spregiudicatezza e capacità di provocazione.

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