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Eurostat. Allarmanti i dati sull’occupazione femminile

ROMA – I dati resi noti oggi dall’Eurostat, l’Istituto Statistico Europeo, in relazione al tasso di occupazione femminile in Europa forniscono un quadro piuttosto allarmante e parlano di una situazione tutt’altro che rosea e questo proprio alla vigilia della Festa della Donna.

Certo è che per quel che riguarda l’Italia più che preoccupanti questi dati appaiono addirittura drammatici e scoraggianti e anche un po’ vergognosi ci viene da dire. Ciò che si evince infatti immediatamente è che nel nostro paese solo una donna su due lavora e che l’Italia per quel che riguarda l’occupazione femminile rimane il fanalino di coda dell’UE, subito dopo c’è soltanto Malta. Un bel primato non c’è che dire!
E’ pur vero che in tutta Europa il tasso occupazionale è calato dal 1999 al 2009 dello 0,6%, come è anche vero che un po’ ovunque la donna lavori e guadagni meno dell’uomo, ed è sempre vero che la crisi iniziata nel 2008 non ha lasciato e non lascia tuttora tregua, soprattutto alle fasce più deboli, come dicono gli esperti, ma in Italia i dati risultano davvero molto allarmanti, soprattutto se paragonati col resto dell’Europa.
Ecco qui alcuni numeri che possono contribuire a far luce sulla situazione: l’occupazione per donne senza figli in Italia è pari al 63,9% contro una media europea del 75,8%, la Germania sfiora l’82% e la Finlandia registra l’83,2%. La situazione peggiora poi dopo il primo figlio in controtendenza con tutta l’Europa: la percentuale italiana precipita infatti al 59% contro una media Ue del 71,3%, e continua a calare  vertiginosamente dopo il secondo figlio al 54,1% e ancora dopo il terzo al 41,3%. In Europa si registra una tendenza opposta, dopo la nascita del secondo e terzo figlio il tessuto sociale e il sostegno delle istituzioni fanno si che la donna si trovi nella condizione di rinunciare o sacrificare la propria attività lavorativa e la propria carriera in nome della famiglia.

Cifre e percentuali apparentemente fredde e sterili, ma importanti e imprescindibili ai fini di una serie di valutazioni e considerazioni. Proprio da questi numeri risulta più evidente come alla condizione femminile si accompagni da sempre anche una difficoltà di vivere, come il lavoro femminile sia considerato più un costo che un valore aggiunto e come il binomio maternità-disoccupazione sia sempre più radicato. L’immagine che ne viene fuori infatti  è quella di un paese dove più che altrove si tenti e magari ci si riesca pure a ricondurre forzatamente la donna nei ruoli tradizionali, quindi fondamentalmente a stare a casa.
Come afferma Valeria Fedeli sindacalista, tra le fondatrici del movimento «Se non ora quando» “L’Italia è un Paese in cui il lavoro delle donne viene considerato ancora non indispensabile, se vengono licenziate 300 lavoratrici, come è accaduto all’Omsa, ne parlano in pochi e non suscita alcuno scandalo. Se avessero perso il lavoro 300 uomini che sarebbe accaduto?”.
E non c’è solo la Omsa sono tante le donne che in quest’ultimo anno hanno perso il lavoro, per cassaintegrazione, licenziamento, mobilità, proprio perché donne e soprattutto madri. Alle richieste di part time e orari flessibili spesso le aziende rispondono negativamente o con mobbing “strategico”, per non parlare poi delle “dimissioni in bianco”.
Né governo né istituzioni pubbliche e private infatti si sono mai adoperati per favorire e aiutare le donne a entrare, ma verrebbe da dire soprattutto, a “rimanere” nel mercato del lavoro, sostenendole davvero e in maniera “moderna”, senza dover essere costrette a veri e propri atti di eroismo. Basti pensare che in Italia, la spesa per le politiche sociali e famigliari rappresenta l’1.3% del PIL, meno della metà della media europea e un terzo della Francia.

Eppure in Italia come riporta oggi un articolo di Repubblica, esiste un’eccezione ed è Sant’Agata Bolognese, l’unico Comune in Italia governato dal 2009 da una giunta di sole donne, un paese di 7.300 abitanti governato da “una” sindaco e 4 assessori donna, più Rosa, la segretaria comunale. Insomma la giunta più rosa d’Italia dove gli assessori sono stati scelti non in base al sesso ma alle competenze e che guarda caso, sarà proprio perché governato da donne, per gli asili nido non ci sono liste d’attesa e l’occupazione, anche femminile questa volta, ha i livelli più alti d’Italia.
Uno storico slogan delle lotte per l’emancipazione degli anni ’70 diceva: “ siamo tante, siamo donne, sian più della metà e non contiamo niente per questa società! ”. Anche se molto è stato fatto (dalle donne) questa strofa sembra ancora purtroppo attuale e vera e non sembra che gli “esempi” che arrivano dal mondo delle istituzioni ci parlino in maniera difforme rispetto al passato.
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