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Gianfranco Fini e le citazioni incolte

ROMA – Non ha fatto certo  una bella figura. Stiamo parlando del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, il quale, durante la prima assemblea del suo neonato partito, Fli, riferendosi ai transfughi che, non appena fondato, hanno pensato bene di fuggire dalla nuova casa madre per rifugiarsi nelle calde braccia del Cavaliere, ha ricordato quanto scrive Leonardo Sciascia nel suo celebre “Il giorno della civetta”. Il riferimento è alla spiegazione che il capo mafioso don Mariano Arena fornisce al capitano Bellodi: “Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo”.

Si tratta di un discorso mafioso, come solo un mafioso può fare, dividendo razzisticamente (e nazisticamente) il mondo in umani e subumani. L’intento di Sciascia era chiaro (ma non al nostro Presidente della Camera e ai moltissimi che citano a sproposito lo scrittore di Racalmuto), volendo descrivere ai lettori degli anni Sessanta, che non sapevano pressoché nulla del fenomeno mafioso, come ragionasse uno di loro, come ragionasse un mammasantissima.

Ora, è pur vero che Gianfranco Fini è soltanto uno fra le centinaia di uomini importanti che citano a sproposito il discorso di don Mariano Arena, facendo proprio il linguaggio di un capomafia e non rendendosene conto. Ma questo non sminuisce la gravità del fatto. Anche perché dimostra come la lettura dell’opera di uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento, coscienza critica della sinistra, non sia stata un’attività condotta dalla terza carica dello Stato. E se ne comprende anche il perché.

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