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“Il gioiellino”: il crac Parmalat e Calisto Tanzi raccontati su grande schermo

Ritorna il film di denuncia, dietro lo sfavillio del marketing si scorge la miseria dell’abuso finanziario, dietro il mito della provincia imprenditrice e gaudente l’orrore del ragiunat egoista e cinico, con Girone-Tanzi e Servillo-Tonna in stato di grazia

Il ragionier Rastelli è il tipico prodotto della famiglia imprenditrice italiana, tutto d’un pezzo, sempre a sbandierare principi e valori, un uomo che si è fatto da solo e che ha trasformato un salumificio in una multinazionale dell’alimentare (latte, succhi, merendine e persino turismo). Il tycoon nostrano è attento a  misurare il proprio consenso, ogni domenica mattina, all’uscita dalla messa, fa la conta di quante mani stringe, quanti cenni di saluto e quante benevole carezze elargisce ai bambini. Ma il grande uomo d’affari non ne sa nulla di finanza, e allora si affida a un uomo che conosce da una vita e di cui ha la massima fiducia, Ernestino, come lo chiama amabilmente; il ragionier Ernesto Botta è uomo introverso e intollerabile, irascibile e cinico, ma un genio perverso nel suo lavoro, un antesignano della finanza creativa e un mago dei bilanci truccati in un’epoca in cui questi non sono più reato. Ma il miracolo della piccola ditta individuale che, a colpi di fusioni e acquisizioni e di finanza strutturata, diventa, come per incanto, una holding, non potrebbe accadere senza l’intreccio perverso di politica, chiesa e banche. E allora quelle cene e quegli incontri conviviali con le varie autorità del luogo (il senatore, l’autorità ecclesiastica, il manager della grande banca) spiegano bene in quale ambito, inquinato dagli interessi incrociati, nasce il mito dell’aziendina capace addirittura di scalare il Mib 30 (la Borsa).

Detta così potrebbe sembrare la presentazione di un saggio, una storia che potrebbe stare benissimo dentro l’ultimo libro del sociologo Luciano Gallino, “Finanzcapitalismo”, che proprio di questo parla. Ma non è così. Questa storia ha nomi e cognomi: Remo Girone è Callisto Tanzi, Toni Servillo è il ragionier Fausto Tonna e la Leda è la Parmalat. E se si va a rileggere la storia del crac Parmalat non si fatica a riconoscere, dietro il senatore compiacente che poteva utilizzare anche gli aerei privati di Tanzi, un politico dell’ex Democrazia Cristiana che poi mise in contatto l’industriale parmense con Ciriaco De Mita, poi diventato Presidente del Consiglio. Per non parlare del versante finanziario dove è in troppo ovvia la commistione finanziaria e di favori reciproci che si è consumata tra l’azienda, nella persona del direttore finanziario Fausto Tonna e la Guardia di Finanza locale, le società di revisione, i sindaci addetti al controllo e ogni altro ente o persona che potesse in qualche modo far emergere il buco finanziario che si stava coprendo. E non è di fantasia neanche il suicidio di un collaboratore dell’azienda; in effetti nel 2004 si è tolto la vita il qurantaduenne Alessandro Bassi che era a capo della contabilità. Tutto il film rimanda a verità più o meno rivelate tranne che la storia d’amore tra il ragionier Tonna e una fantomatica nipote del presidente Tanzi di cui non c’è traccia nelle ricostruzioni ufficiali dell’epoca.

Il film del regista Molaioli è girato molto bene ed ha la capacità di restituire con nitidezza il clima del tempo con tutti i suoi vizi e le sue aberrazioni. Del resto il regista aveva già dato ottima prova di sé con il precedente film pluripremiato “La ragazza del lago” sempre con Toni Servillo. Un grande lavoro di supporto alla narrazione è stato fatto anche dal direttore della fotografia Luca Bigazzi che ha saputo restituire con i tagli di luce e gli ambienti crepuscolari la cupezza del tempo.

Alla fine di tutto però si percepisce come l’assenza di un altro protagonista mancato che non può che essere il popolo dei risparmiatori truffati. Ma questo è senza dubbio un altro film a cui qualche regista coraggioso dovrà prima o poi mettere mano…

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